D' ANGELO- METTEO--CON CRESCENDO ROSSINIANO

PREMIO CAMPIELLO GIOVANI 2026 SELEZIONE DELLA CINQUINA FINALISTA CON CRESCENDO ROSSINIANO MATTEO D’ANGELO

1 Tutto apparecchiato. Coltelli, forchette, piatti piani. Tovaglioli? Sì, tovaglioli, sennò si sporcano tutti. I fondini al loro posto, non sia mai che le teglie rovinino questa bella tovaglia. I bicchieri! Eh sì, i bicchieri. Uno a testa basta, tanto il vino non lo apro. Non bevo io, figurati se devono bere loro, e poi in vino veritas, e a me la verità non piace. L’arrosto pronto! Senti qui che odorino che fa. Eh sì, l’arrosto è l’arrosto, non c’è niente da fare. Basterebbero pollo e patate per fermare le guerre. Una tavolata con pollo e patate arrosto e tutti soddisfatti, non sarebbe male. Per la prima volta nella storia pollo e patate vincono il Nobel per la pace, ex aequo. Eh, ma chissà quanti polli dovrebbero cucinare per così tante persone. Poi, le patate, chi le pela? Solo per questo nascerebbe un’altra guerra, e siamo punto e a capo. No, meglio lasciar perdere. Le patate! No, ancora indietro. Piattone unico, bello abbondante. Pollo e patate arrosto con maionese. Già, la maionese! Dunque... olio, sale, limone, due, tre, quattro, cinque... Quante uova servono per fare la maionese? Se ne metto poche saprà solo d’olio. Se ne metto troppe l’olio neanche si sentirà. Eh no, l’olio ci deve essere, per forza! Non voglio mica che diventi un’americanata tutta gialla che non sa di niente. Gli americani... Quelli non sanno nemmeno condire una pastasciutta, eppure pensano di insegnarci a cucinare, e poi a vivere, a gestire i soldi, a fare la maionese. No, le uova devono essere poche. Ma non posso metterne troppe poche... L’olio è buono, sì, ma la maionese non può sapere di olivo. Però l’olio deve essere d’oliva, eh sì! Mica posso metterci l’olio di arachidi, quell’olio tutto finto che… usano solo gli americani. Gli americani... Quelli hanno sempre bisogno di dire e dire e poi ridire e ridire sempre la loro. Chi li ha interpellati? Boh, solo loro lo sanno, e solo loro sanno zittire loro stessi, nessun altro ci riesce. Gli americani... Sono sempre di fretta, loro. Non hanno neanche il tempo di stare a tavola e mangiare, così... in mezzo a una battuta, una risata, un boccone pieno, un ruttino di gradimento. No, loro stanno in piedi, tra un telefonino e una coscetta di pollo, anche durante un pranzo

2 a tavola in cui sarebbe bello poter stare a parlare, scherzare e mangiare pollo e patate arrosto con maionese... La maionese! «Sono a casa!» Chi è? «Sono tornata dalla spesa, Michele.» Nina? Non ti avevo riconosciuta. In che senso “la spesa”? «Qualche cosa tra supermercato e farmacia.» Non mi aspettavo di vederti, da quando hai le chiavi di casa? «È un po’ di tempo ormai.» Ah, ma resta pure per pranzo, sì! A me non fa che piacere! E poi, non ho mai problemi ad aggiungere un posto, di spazio ce n’è quanto vuoi. Coltello, forchetta, piatto piano, tovagliolo e un bel bicchiere. Basta poco, hai visto? «Grazie Michele.» Eh, ma anche il cibo non manca. Un pollo arrosto che fa paura da quanto è invitante, modestamente. Poi, le patate! No, ancora sono indietro, ma stanno pian piano prendendo colore. «Vado a lavarmi le mani, così vengo da te.» Lascia stare Nina, lascia stare. È solo questione di tempo, pazienza e solo pazienza. Solo una cosa, Nina... non ricordo... «Sì? Dimmi.» Quante uova servono per fare la maionese? «Ah, la maionese. Direi che due uova vanno bene.»

3 Solo due? Sei sicura? Non saranno un po’ poche? «No, io credo che basteranno.» Ho paura che così si sentirà troppo l’olio, capisci? Non voglio che la maionese rovini tutto l’arrosto che ho fatto. Tutto un lavoro rovinato da un disequilibrio, è insopportabile. «È la quantità giusta, e l’arrosto è buono anche da solo.» La maionese deve esserci. «Due uova sono perfette.» Non bastano. «Fidati.» Verrà poca così. «Non ho tanta fame.» Ma i ragazzi invece sì. «Ah sì, forse hai ragione.» Certo che ho ragione, vorrei vedere se non lo divorano tutto quell’arrosto. È sempre stato il loro piatto preferito, anche da piccoli. Correvano verso la tavola solo sentendo l’odore, neanche bisognava chiamarli, te li ricordi? «Sì, vagamente.» Dovevamo fargli indossare i grembiuli da cucina per non sporcarsi, anche quelli grandi che usavo io. Altro che tovaglioli. «Metto un po’ di musica, che dici?»

4 Il pollo arrosto già in tavola, poi, sua maestà, le patate, che già ne sentivano il sapore dal profumo... Le patate! Eh sì, bruciate. Lo dicevo io che era meglio toglierle prima dal forno. Niente da fare, se ne sono salvate davvero poche. Il pollo stavolta non avrà troppa compagnia. Poveretto. Speriamo non abbia troppo rancore e che non ci intossichi tutti. Eh, ci è andata bene che questo pollo è stato allevato qui da noi. Fosse stato un pollo americano... hai voglia il rancore! Gli americani... Sanno legarsi al dito anche una virgola fuori posto. Te la fanno pesare come se gli avessi attaccato il Congresso. Finché lo fanno loro, da soli, va tutto benissimo, ma sia mai che ci sia qualcun altro coinvolto! No, fosse stato un pollo americano, lo dico io: una forchettata e per noi caput. Sì, ci è andata davvero bene: un bel pollo italiano! Un bell’e affascinante pollo italiano. Un latin lover. Mi dispiace caro: oggi niente patatina per te, eheh! Sì, ma la cosa, purtroppo, vale anche per noi. Noi. Quanti posti ci sono a tavola? Non c’entrano tutti. Una, due, tre, quattro... No, non c’entrano tutti. Non bastano le sedie qui, non… no, non ci sono, non ci sono le sedie per tutti. Dove sono? Non possono stare in piedi a mangiare, ci servono altre sedie. Dove sono? Non va bene, devono essere comodi, devono stare bene. Dove sono? Non ci sono? Non ci sono. Non ci sono le sedie. Non ci sono... Non possono venire. No, non possono venire. Se vengono dovranno per forza stare in piedi. Se vengono... Se proprio vengono le devono portare loro. Sì, è l’unica soluzione. Io non posso, non posso pensare a tutto. Io devo... devo... Nina! Devono portarle loro, le sedie. Io non posso pensare anche alle sedie, ho bisogno di... Tranquilla Nina, le sedie le portano loro! Ho bisogno

5 di pensare solo al cibo, io. Il cibo è la cosa più importante, sai quanta fame avranno quando saranno qui. Arriveranno e si metteranno a tavola, comodi... Se vogliono stare comodi, Nina, è bene che le portino loro le sedie! Comodi a mangiare. Eh sì, devo stare dietro al cibo, io. Devo stare a lavorare. Io a lavorare, mentre loro a tavola a parlare, scherzare e mangiare pollo e patate arrosto con maionese... La maionese! «Tutto bene Michele?» Sì Nina, tutto bene. Dov’eri? Ti stavo chiamando. «Ho finito da poco la doccia, dal bagno non ti sentivo.» Ah sì, la doccia. Hai capito Nina? «Cosa?» Non bastano le sedie, le devono portare loro. «Ma no, Michele, le sedie ci sono.» Qualcuna la dovranno portare, sennò ci saranno persone che mangeranno in piedi, e io non voglio, Nina, non voglio. «Ma quale “in piedi”, dai! Nessuno starà in piedi.» Vedrai... «In qualche modo faremo.» Mh. «Vuoi una mano, per qualcosa?» No. «Metto un po’ di musica?»

6 No, niente. «Vuoi andare a riposarti un po’?» Non voglio riposarmi. C’è tutto il cibo da fare, poi... non so’ se c’è spazio per tutti quanti. Io credo che saremo stretti. Nina, ti ricordi... «Cosa? Dimmi.» Ti ricordi quante uova servono per fare la maionese? «No, non saprei.» Due, tre, quattro, cinque… «Le sedie basteranno, le avevo già contate.» Quando? «Prima di uscire a fare la spesa.» Ah, sì. «Se le sedie non bastano, li chiamo e gli dico di portarsene qualcuna da casa loro.» Sì, va bene. «Senti, ti va se metto un po’ di musica? Mozart? Beethoven? Čajkovskij? Rossini?» Rossini. «Aggiudicato. L’italiano! Però non c’è niente di completo, c’è solo un best of, va bene?» Cosa?

7 «Un best of di Rossini, va bene lo stesso?» Cosa? «Un best of di... “Il meglio” di Rossini.» Sì sì, va bene. Il meglio di Rossini è il meglio della musica. Non la musica d’opera eh, quel ghetto, no: parlo del meglio di tutta la musica. Io la conosco, la musica. I miei genitori, da piccolo, mi portavano nei teatri e nelle sale da concerto. Ho ascoltato il concerto per mano sinistra di Ravel, con il pianista d’avanti all’orchestra che suonava con una mano sola tutto il tempo... Quel brano il pianista lo sapeva a memoria. Io l’ho studiata, la musica. In conservatorio ho faticato tanto i primi anni. Ero bravo, ma il lavoro era tanto. Io ho studiato composizione. Ci facevano comporre corali figurati dello stile di Johann Sebastian Bach, stile severo. Sbagliavi un’alterazione e ti riprendevano subito. Una sensibile mancante di diesis o di bequadro ti cambiava la reputazione. A un esame scrissi un intervallo di seconda aumentata nella parte del tenore: me lo fecero rifare tutto daccapo. Doveva essere perfetto. O la perfezione o la bocciatura. Eh, ma la musica io l’ho studiata. Durante le lezioni di canto io ero attentissimo all’intonazione, le stonature erano vietate. Io ho fatto il Maestro di coro di voci bianche. Nessun bambino doveva urlare. Altri Maestri facevano urlare i loro bambini. Io no. Le loro messe di Natale erano inudibili. Le mie... così belle. Le persone venivano ad ascoltare i miei bambini: «Un incanto!», sempre. Ero severo, ma per scelta, e ne valeva la pena. Canti angelici, chiari, mai sporchi. Metodo, tanto metodo e rigore. Non ho mai toccato nessuno io. No, le parole fanno sempre il loro lavoro senza bisogno di interventi maneschi. «Sei stonato! Vergognati, incosciente! Tu non hai rispetto verso i tuoi colleghi! Sei una delusione!» Ero inflessibile, ma che musica alla fine.

8 Eh sì, c’è poco da dire: Rossini è meraviglioso. Non c’è una nota che si trovi fuori posto, tutto è preciso, metodico, rigoroso. Poi... è italiano. Si sa, la musica siamo stati noi a donarla al mondo. Ci sarebbero stati quei tedeschi? Quei francesi? Quei russi? Quegli americani... no, loro niente, ma nessuno ci sarebbe stato, nessuno, se noi italiani non avessimo creato il seme da cui tutto il mondo ha fatto crescere i frutti che ancora stiamo mangiando. Rossini era un grande mangione, buongustaio. Ha finito di comporre opere liriche a soli 37 anni per dedicarsi al cibo a tempo pieno. Non solo a cucinarlo, ma a mangiarne in quantità spropositata – era bello grosso, Rossini. Chissà quanto sarà stato affamato. Tutta la vita a gustare chissà quanti arrosti, ed essere comunque sempre affamato. Eh, ma anche i ragazzi... anche loro saranno affamati! Ne sono certo, vorrei vedere se non lo divorano questo arrosto. Cos’è quest’odoraccio? – Sono le patate. Si erano bruciate. Ah, peccato. Beh, vorrà dire che oltre al pollo ci sarà soltanto la maionese. Già, sarà bene cominciare a farla. Tu sai quante uova servono per fare la maionese? – Non ne ho idea. Certo, figurati, voi americani la maionese la sapete solo mangiare, sempre dopo averla comprata in quei colossali supermercati radioattivi. – Ancora? Ancora con “voi americani”? So quello che ho visto. Sono stato negli Stati Uniti una volta sola in vita mia, ma ti assicuro che mi è bastata. – Senti Mickey...

9 Non chiamarmi Mickey. Tu non puoi chiamarmi Mickey. – Va bene va bene, scusami! «Che succede qui? James?» – Niente, non succede niente. Per loro non succede mai niente. Ѐ sempre colpa degli altri! Bombardamenti in nome della democrazia con civili, donne e bambini morti e loro: “Beh, non dovevano stare lì!”. «Non è facile, lo so, ma se resisti ancora po’ mi faresti un grande favore. Si scioglie un po’ così.» Uno dei pochi italiani a non correre da loro e me li ritrovo comunque in casa come i ratti. – Ma lo senti, Nina? «Dai, come se non lo sapessi. Ti chiedo solo uno sforzo.» – Ѐ Ryan, devo rispondere. Cos’è, coscia di pollo? Buona! Sup Ryan... Dov’è? Tornato a Disneyland? «Sta un attimo al cellulare, ora torna.» Al cellulare eh? Sì sì, lo so io: ha paura di me! Sa che uno come lui non potrebbe mai competere contro uno con delle vere palle, palle senza i conservanti della Coca-Cola. Perché è qui? «Ora basta Michele.» Perché stai ridendo? «Smettila!» Ma lo sai che non ha saputo nemmeno dirmi quante uova servono per fare la maionese? «Eh, capirai...»

10 Gli ho detto che c’era da aspettarselo, visto che la sanno solo comprare, intrappolata in quei barattoli grossi quanto un secchio di vernice. «Non hai tutti i torti.» Per me non sanno nemmeno che la maionese è fatta con le uova. Per fortuna se n’è andato, spero non torni più. «Ѐ al cellulare, arriva tra poco.» Ha davvero una brutta aria da saccente. Non mi piace. «Lo so Michele, ma un po’ ci aiuta qui in casa...» Perché è qui? Non capisco. Tu lo sai? «Cosa?» Quante uova servono per fare la maionese? «No Michele, non lo so.» Shh! «Che c’è?» Ascolta... Ѐ La gazza ladra! L’Ouverture de La gazza ladra di Rossini. Senti... senti qua che meraviglia. Rossini l’ha composta a 25 anni, non è straordinario? L’opera parla di una serva accusata di aver rubato una forchetta d’argento e condannata a morte, si scopre, però, che la vera ladra è una gazza che nascondeva gli oggetti rubati nel suo nido, e la ragazza viene salvata all’ultimo momento. Tanto casino per un volatile, pensa te... Non trovi sia bellissima?

11 «Sì è bella.» Perché è qui? «Chi?» Perché quel personaggio è lì? «Intendi James?» Io non capisco. «Passava di qui... L’ho invitato io, non hai mai problemi ad aggiungere un posto, no?» Nina, chi è lui? Come lo conosci? «Michele...» Perché mi chiami così? «Che ne dici se iniziamo a metterci a tavola?» Tu mi nascondi qualcosa. «Potremmo anche cominciare a mangiare. Il pollo credo sia ancora caldo.» Manca la maionese. «Mangeremo senza maionese.» Non possiamo mangiare, ancora. «Invece possiamo.» No, no! Mancano i ragazzi, devono ancora arrivare i ragazzi. «Michele...»

12 Coltelli, forchette, piatti piani. Un bicchiere a testa basta, tanto il vino non lo apro. Non bevo io, figurati se devono bere loro. «Michele ti prego.» Vedrai che fame avranno non appena saranno qui! «I ragazzi non ci sono! Non sono mai esistiti.» Ma cosa dici? «Io non lo so Michi, non so mai se lo fai apposta o se davvero tu...» Nina, mi hai chiamato “Michi”? Mi dovete scusare. So che le scuse si dovrebbe chiedere, non imporle. Se volete lo faccio: vi chiedo scusa. Dovete promettermi, però, di accettare queste mie scuse, altrimenti io non posso andare avanti. Promettetemi almeno di provarci, significherebbe tanto per me. Spero non mi odiate, in caso avreste certo tutti i motivi. Vi ho portato fino qui, tra esasperazioni, scatti di nervosismo e tante, tante ripetizioni, tutto per cosa? Per delle scuse? Solo per questo avreste il diritto di odiarmi ancora di più, e io lo capirei. Spero che in questa sorta di viaggio qualcuno di voi abbia capito dove cercavo di portarvi. Non ho mai avuto la presunzione di farvi capire tutto quanto, lo ammetto, ma perché non serve a niente. Ve lo posso dire con fidata esperienza: la verità nero su bianco è falsa, per quanto vera questa possa essere. Io non sono cattivo, ve lo giuro. A volte... spesso... mi sono comportato con forte decisione, linguaggio duro, lo ammetto, ma non l’ho mai fatto per gradimento personale. Ahimè, il linguaggio che conosco per raggiungere i miei obiettivi è quello che finora avete sentito uscire dalla mia bocca e il fine ha dovuto giustificare i mezzi in questo caso. Con tutta onestà vi dico che della

13 messa di stasera mi importa relativamente. Certo, ci saranno tutti i vostri genitori, i vostri fratelli, le vostre sorelle, e voi sarete impeccabili, ma staserà non sarà che la piccola ciliegina sulla torta di questo percorso, come un lieto fine che, in realtà, era già finito. Conoscete il crescendo rossiniano? Immagino di no. Provo a spiegarvelo in poche parole: Ѐ un modo con cui Rossini – un compositore dell’Ottocento – faceva entrare le sue melodie dell’orchestra in testa al pubblico; le faceva ripetere sempre più velocemente e sempre più forte, fino ad arrivare a una sorta di esplosione, alla cima di questa enorme montagna, che è il crescendo, e che poi fa rilassare tutti quanti, perché l’ansia è finita. Ecco, questo è quello che ho provato a costruire con voi: un sentiero fatto di tante prove, tanto studio e tanto rigore, per arrivare alla cima, in alto alto, e infine scendere giù, sapendo che comunque quella montagna l’avete scalata e sapendo che, senza quella scalata, sareste rimasti a valle senza sapere del panorama che si vede dopo tanta fatica. Cercavo di portarvi a questo, un viaggio con crescendo rossiniano, e credo di esserci riuscito. Sono fiero di voi, bambini. Vi voglio bene. Forza, ora scendiamo da questa montagna. «Non è una situazione facile, me ne rendo conto.» – No, io non credo tu te ne renda conto. «Me ne rendo conto, e anche per me far finta di niente è difficile.» – Ah sì? «Dico sul serio.» – Really? «Non sto scherzando, James.» – E allora se non stai scherzando smettiamola di girarci intorno e chiudiamo questa faccenda!

14 «No, non se ne parla.» – Ma non ha senso continuare così, amore. «Tu non capisci.» – Io capisco benissimo che uno che si inventa di avere figli immaginari con l’ex moglie non è normale! «La stai facendo troppo grande. Lo so già che non sta bene.» – Se lo sai smettila di fare la sensibile e renditi conto della situazione, goddamn it. «Non ce l’ha con te... Non si rende conto di quanto fai per lui.» – Sì, ma non so per quanto ancora lo potrò fare, got my own shit to deal with too, you know... «Mi dà fastidio quando mi parli così in inglese, lo sai.» – Sì lo so, scusa. «Sei un uomo impegnato, è vero. Lo vedi anche tu quanto gli serva il mio aiuto.» – Non sei una badante. Non è questo il tuo lavoro. «Ha bisogno di una persona che lo conosca, che gli stia accanto. Sai che non ha amici.» – Perché proprio te? «Perché...» – Sì? «...glielo devo» – Sono già due anni Nina... «Per lui il tempo è falso.»

15 – Ѐ tardi, vado a prendere la cena. Vieni? «Aspetto finché non va a letto. Prenderò l’autobus.» – D’accordo. Ciao. «Ciao amore.» Nina, ciao. Da quanto sei qui? «Sono arrivata da poco.» Ah, scusa ma... quando a un uomo scappa... non può fare altrimenti, eheh! C’è anche James? «No, credo sia a casa ora.» Ho capito... Sempre a lavorare duro lui... «Sì è... un uomo molto impegnato.» Vuoi fermarti a mangiare qualcosa? Non è rimasto molto, ma un po’ di arrosto dovrebbe esserci ancora. «No grazie, non ho fame.» Alla fine ne avevo fatto troppo. Pensavo fosse poco, e invece... Era un pranzo per almeno quattro o cinque persone, sì. Peccato che le patate si erano bruciate. Un vero peccato. «Sarà per un’altra volta, dai, almeno ti è piaciuto?» Certo che mi è piaciuto, che domande. Il pollo arrosto come lo faccio io è patrimonio Unesco, modestamente. Per non parlar delle patate: tra le sette meraviglie del mondo culinario! Mia mamma m’insegnò a farle, e la ricetta è rimasta così da allora.

16 «Le tue sono sempre state speciali.» Eh, ma mai come quando le facevo una volta ai bambini del coro. Il mio pollo e patate erano la prima cosa che pretendevano ai cenoni post-messa di Natale. Le mamme non avevano dubbi: i crostini spettavano sempre a loro, il pollo e patate arrosto al sottoscritto (il dolce era facoltativo). Quella sala parrocchiale si adornava di un odore così caldo e saporito, una sinfonia di gusti. «Sono stati bei momenti per te.» Mi ricordo ancora i bambini precipitarsi al tavolo dell’arrosto solo sentendo il profumo squillante di quelle patate fumanti. Le mamme erano gelose, e io lo sapevo, lo si vedeva dai loro sguardi malefici coi quali vedevano i loro figli fregarsene dei loro insignificanti crostini. No, loro volevano l’arrosto, e allora io, felicemente, li favorivo. Era il mio regalo finale dopo quel percorso. Te li ricordi? Quanto erano felici! «È vero, sì, loro erano felici.» Ma la cosa che veniva divorata poco dopo averla messa in tavola non era l’arrosto di pollo, né le squisite patate che tanto pazientemente avevo pelato con cura, no: La maionese. La maionese si smaterializzava in un arco di tempo davvero ridicolo, e non ho mai capito perché. Ogni volta, poi, la stessa storia: Pollo eccellente, patate prelibate, maionese insufficiente. Il mio incubo, quella maionese. Non sono mai riuscito a trovare la quantità necessaria per soddisfare tutti. Olio, sale, limone e uova. Quattro ingredienti e non so quante bocche da sfamare. Io davvero non lo so. «La tua maionese stendeva tutti.» Sì. «E quei bambini ti adoravano.» I bambini... sì, che dolci.

17 Non abbiamo mai avuto un bambino, noi? «No, non l’abbiamo mai avuto.» Ah, peccato. Avrei voluto un bambino. Sì perché no, a me piacciono i bambini. A te no? «Non sono una mia priorità, ecco.» Quindi non ti piacciono? «Non sono il mio genere.» Mica li devi sposare. «Lo so, Michi.» È per questo che non stiamo più insieme? «Ti aiuto a metterti il pigiama.» Grazie Nina, ma vai pure a casa. Io me la cavo. «Lo so che te la cavi, ma ti voglio comunque aiutare.» Vai pure, James a quest’ora ti aspetta a casa. «Se resto qualche altro minuto James non se ne avrà a male, stai tranquillo.» Lo sai, Nina? «Cosa?» Io ho sempre voluto fare il Maestro di coro. Immergermi nella bellezza delle voci, il mistero della polifonia. Ero piuttosto bravo, sai? «Sì, lo eri.» E quei bambini... Vedessi come correvano qui e là durante le prove, e come li sgridavo!

18 «Sì, posso immaginare...» Eh, ma la gioia di vederli impegnarsi così tanto con me, insieme, per poi vederli scendere di corsa nella sala parrocchiale, aspettando già il mio arrosto. «Il tuo arrosto è sempre stato il migliore, non c’è dubbio.» Nina... «Dimmi Michi.» Tu sai quante uova servono per fare la maionese? «Ah, la maionese. Direi che due uova vanno bene.» Solo due? Sei sicura? Non saranno un po’ poche? «No, io credo che basteranno.»

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