PREMIO CAMPIELLO GIOVANI 2026 SELEZIONE DELLA CINQUINA FINALISTA RICALCOLO PERCORSO MATTEO GHISLERI
1 «tra trecento metri, svoltare a destra». La voce del navigatore era femminile e uniforme. Mauro, lo zio divorziato, guidava con due mani sul volante. Non lo faceva mai. Aveva abbassato la radio prima di partire e non l’aveva più toccata. Lo schermo restava acceso lo stesso, con l’ora e una barra vuota, come una faccia che finge di dormire. Andava per i cinquantacinque, e cinquantacinque era il numero che tornava in ogni angolo della sua contabilità privata, dalle call settimanali ai vizi del dopolavoro. Era uno sfasciafamiglie di prima categoria, capace del miracolo doppio di risultare gradevole per mestiere e intoccabile per istinto, alternando ira funesta e calma operativa. Quella mattina l'aveva impacchettata in slot: un paio di call, la sua linfa; la fatidica cinquantacinquesima seduta di terapia sistemico-idraulica per le perdite, dove la pressione saliva e gli sfiati le andavano dietro; doccia; barba; camicia stirata. Alle 09:15, dopo aver rifiutato un punto di ritrovo comune, era passato a prendere tutti i passeggeri – me compreso – che in quel momento sedevano all'interno della sua Audi A4. Io sedevo accanto a lui, vestito come uno spaventapasseri. All'epoca la mia statura ciclopica mi creava un sacco di problemi, in quanto del tutto inadatta al mio carattere. A dire il vero, ogni cosa in me pareva avere una sua parte antagonista, che rendeva l'esistenza nel suo intero un'esperienza grottesca. Soprattutto il cervello: una centrale di tutto rispetto, ma con un'impedenza d'uscita tale che, appena lo collegavi a qualcosa per più di un attimo, cedeva. La vita sociale e quella familiare seguivano lo stesso schema: energia a vuoto e poi collasso. Il risultato era una congestione perenne, l'urgenza incomunicabile di cambiare orizzonte come si cambiano le lenzuola. Dietro c'erano gli altri. Lorenzo: la postura del detective, 50 anni, mai sopra i 60 kg nonostante l'1,80 abbondante. Era un Gran Maestro di cinismo e sciatteria, con quel filo di scaltrezza che a certi tipi basta per addormentarsi ogni notte con la convinzione di essere dei venture capitalist incompresi,
2 piovre dei mercati azionari a cui è solo andata male, e una vita passata a rimpiangere, dentro a un ufficio comunale, di non aver terminato gli studi. Accanto a lui zia Lidia, 10 anni e 15 kg in più del marito. Aveva l'aria da naufraga anche da seduta. Si muoveva a scatti piccoli, economici, perché il corpo le presentava il conto a ogni gesto. Lavorava in uno studio medico, ma non indossava un camice; nonostante facesse quel lavoro da venticinque anni, ogni giorno le figure emaciate che passavano davanti al suo sportello le lasciavano addosso una febbre di sospetti, cronicizzata negli anni in un'ipocondria al quarto stadio. Infine, schiacciato contro la portiera destra dalla zia, sedeva il nonno. Esponente di quell'ultima generazione che in auto, per isolarsi, guardava fuori dal finestrino, teneva le mani ferme sulle cosce quando non faceva roteare i pollici per noia. Era stato geologo per mestiere e, nel tempo libero, una persona incapace di dedicarsi a una cosa sola, condizione che l'aveva portato negli anni a diventare un mezzo polimate. Avevo trascorso l'infanzia nel suo laboratorio, nato come semplice officina, incantato dalle cose di cui si circondava: classici pasticciati con la matita, un contatore Geiger che gracchiava per nulla, vecchi transistor sparsi negli scatoloni, qualche magnete al neodimio, svariate carte topografiche sulle pareti, seghetti giapponesi, pinze da camino, e poi gli oggetti più insoliti: una tavolozza di legno con formule incise sopra, trappole per talpe, una sciabola d'ordinanza di fine Ottocento e mille altre diavolerie di cui tuttora non conosco nemmeno il nome. Era un bugigattolo che trasudava curiosità da ogni pertugio. Ci vedevamo tutte le domeniche. Negli anni passai da semplice allievo ad assistente di laboratorio. Il primo giorno che mi lasciò usare le sue strumentazioni ero al settimo cielo. Tornai a casa e ai miei feci un resoconto maniacale di ogni singola cosa, ma loro sembrarono più preoccupati che contenti del mio entusiasmo. Poi me ne andai via dall'Italia e smettemmo di sentirci: io per senso di colpa, lui perché, pur cavandosela col telefono meglio di zia Lidia, lo usava solo per i suoi vizi – tipo farsi arrivare da un forum legalmente borderline di nerd ulcerati una lancetta al radio per un esperimento. Telefonare, invece, lo detestava, quindi lo faceva il meno possibile.
3 La comitiva era silenziosa e il motivo per cui si trovava riunita non c'entrava assolutamente niente. I pochi spostamenti in auto che capitava di fare in famiglia non erano mai dialogati, a meno che non ci fosse mia madre a bordo, che però quel giorno era rimasta a casa, come anche mio padre. Il fatto che non sarebbero venuti me lo avevano già scritto su WhatsApp la sera prima con la stessa formalità con cui si disdice un dentista. Quando lessi la notifica, sul treno che mi riportava da loro, mi rifiutai di rispondere. «proseguire per dieci chilometri», strillò il navigatore, obbligando Mauro a scollare una mano dal volante per abbassare il volume. «Stai andando piano», borbottò zia Lidia, senza far capire se fosse una lamentela o una domanda. «C'è ghiaino», rispose Mauro, interpretandola come una lamentela. Io non vidi ghiaino. Vidi solo la riga bianca consumata e il bordo dell'asfalto che sembrava più alto del dovuto. Poi pensai alla nonna e alla parola nonna come a una parola che non si usa più. Non perché fosse vietata, ma perché non veniva. Mi accorsi che, se avessi provato a dirla ad alta voce, mi sarebbe uscita storta, quasi guasta. I nomi… Ancore per i morti e ricettacoli di morte per i vivi. «Hai mangiato?» mi tossì nell'orecchio zia Lidia. Annuii assottigliando le labbra, ma alcuni muscoli facciali erano intorpiditi e non collaborarono. La zia si voltò di scatto dall'altra parte, un pelo infastidita da quella mia smorfia involontaria. Era una di quelle persone che si aspettano una faccia precisa in risposta a ogni cosa che dicono. «Brava, diglielo Lidia, non fare tardi Mauro che sennò poi scappa via. Sai come sono questi morti», aggiunse in ritardo Lorenzo, con la sua solita ironia mal tollerata dai più. Seguì un lungo silenzio. «Non stiamo facendo tardi», ribatté poi Mauro, ingoiando gli insulti dedicati al fratello. Si trattenne solo perché ormai era dentro al personaggio e, anche se non aveva letto Stanislavskij, sapeva come rimanerci e non aveva intenzione di uscirci. Zia Lidia fulminò con lo sguardo il marito dopo la battuta, ma lui era troppo abituato per reagire. «tra cinquecento metri, svoltare a sinistra».
4 Mauro mise la freccia troppo presto e la tolse subito, con uno scatto che la rese vistosa il doppio; in quella tenera comicità di coprire un errore con un errore più grande, riconobbi i segni dell'antica pantomima famigliare. La curva non si vedeva finché non eri dentro. Il bosco si stringeva ai lati, la strada diventava più scura e l'asfalto pareva aver assorbito la luce riflessa. Mauro era tale e quale a due minuti prima: le nocche sbiancate dalla presa ostinata. Lorenzo, inclinato in avanti, pareva sul punto di vomitare, ma era il suo modo di gestire il mal di schiena. I suoi occhi erano sepolti dietro i Wayfarer, che restituivano solo la lingua di asfalto che stavamo attraversando. Zia Lidia ancora aggrappata alla borsa, il nonno ancora a girarsi i pollici. «proseguire dritto, poi a destra», sentenziò il navigatore. Mauro rallentò ancora. Lì per lì non capii come mai andasse così piano. D'un tratto, dalla curva comparve un'auto. Non comparve come le altre che avevamo incrociato: comparve già addosso. Era nel nostro lato, fari accesi in pieno giorno. Non frenava, o se frenava non aveva mordente. Continuava a venirci incontro alla stessa velocità. Scorsi la faccia del guidatore solo per un istante, prima che la luce dell'auto ci inghiottisse. In quell'istante mi parve di vederlo sorridere, compiaciuto. Di cosa potesse sorridere non c'era tempo di capirlo, e in quel momento fu l'unica grazia. Mauro sterzò. Nessuno gridò. Ci fu solo rumore. Prima un colpo secco, forse una gomma che cercava di rimanere a terra mentre la fisica si prendeva gioco di lei. Poi un rumore più lungo, di ghiaia e rami. La macchina scivolò fuori strada e, per un attimo, fui preso da un'ondata di fatalismo in cui pensai che stesse succedendo una cosa già decisa da tempo. Sentii le pasticche della zia sbatacchiare nella sua borsa e poi nell'abitacolo. Il mondo si mise di lato. Non so dire quante volte girammo, ma fu lento e pulito in modo angosciante. Per un secondo sentii ancora la voce del navigatore, lontana e fuori tempo, ed ebbi la sensazione che parlasse a un'altra macchina. Poi la macchina si fermò. Qualcosa cadde da qualche parte e fece un suono ridicolo, quasi domestico.
5 Il silenzio dopo un incidente è diverso dagli altri – e quando dico diverso non intendo l'aggettivo languido dei poeti, ma qualcosa di molto preciso. È il silenzio in cui non si è ancora deciso niente: esistono, arrotolati in esso con pari dignità, tutti i suoi esiti, quello in cui siamo sani e salvi, quello in cui siamo malconci e perduti, e ogni posizione grigia tra i due. Tutto questo, ridotto all'osso, voleva dire una cosa sola – aspettare. Aspettare la prima voce. Anche il motore, per un attimo, parve trattenere il fiato prima di spegnersi davvero. Nell'abitacolo c'era un caldo sporco, odore di plastica molle e lamiera. Io restai fermo un secondo, aspettando un via libera del corpo. Poi respirai. Avevo in bocca un sapore talcato e ferroso; una polvere fine si attaccava alla saliva. La lingua tastava i denti. Mi toccai le labbra: erano ancora intere. Mauro era inclinato verso il volante, occhi aperti. Si girò appena verso di me. «Sei…?» «Sì». Lorenzo, dietro, fece un verso che poteva essere una risata o un singhiozzo. Zia Lidia masticò un «Dio» e si tenne in bocca il resto. Il nonno non disse nulla: respirava, e quella fu la cosa più sorprendente. «Tutti interi?» chiese Mauro, preoccupato. Arrivarono dei «sì» in forme diverse: uno arrabbiato, uno sottovoce, uno che era solo fiato. Guardai fuori: il finestrino laterale era a un metro da terra. Poi alzai lo sguardo e la visione del cielo bianco mi diede la nausea. «Non si è fermato», disse Lorenzo. Non c'era polemica nelle sue parole. Era una semplice constatazione. La portiera del mio lato non si apriva. Mauro provò la sua: bloccata. Non ci fu panico e nemmeno fretta. In quell'immobilità passò un sollievo opaco che per un attimo nessuno respinse; subito dopo arrivò la vergogna. Sentii il sangue battermi nelle orecchie: un rumore interno che copriva tutto. Qualcosa mi sembrava diverso, ma non seppi dire cosa. «Dal finestrino», ordinò Mauro, con fare marinaresco. Uscimmo uno per volta dal lato alto. Lorenzo per primo, agile; poi toccò a zia Lidia, pesante, con l'ulteriore impaccio della borsa che non avrebbe mai mollato. Mauro la afferrò per le braccia e puntò i piedi contro il cruscotto. La fatica gli arrossò il collo. Allora dal corpo di Mauro uscì un rumore secco: uno sfiato corto, indecente, compresso dallo sforzo; rimbalzò nell'abitacolo rovesciato. Mauro
6 continuò a tirare come se nulla fosse, ma la faccia gli divenne di pietra. Zia Lidia uscì subito dopo, atterrando sull'erba e sistemandosi la gonna in silenzio. Avevamo sentito tutti lo sfiato, ma nessuno ebbe il coraggio di guardare Mauro. Poi a un certo punto, Lorenzo, da fuori, esclamò guardando altrove: «Mauro, occhio che deve essersi sgonfiato l'airbag». Mauro fece finta di non aver sentito. Il nonno uscì per ultimo: scese da solo, lento ma saldo. La macchina era sul fianco, ancora intera. Una ruota girava piano, senza toccare nulla; rimanemmo lì a guardarla affascinati. «Che culo», disse Mauro. «Che culo», ripeté zia Lidia. La sua voce non aveva gratitudine. «ricalcolo percorso» Il navigatore era ancora acceso. Lorenzo accennò un risolino isterico che poi interruppe, forzandosi una faccia seria non appena vide che la moglie lo stava guardando male. Poi fece un giro su sé stesso e si trovò davanti un sentiero che costeggiava un fitto bosco di conifere. Qualcosa catturò subito la sua attenzione. Io mi accorsi che non tremavo. Avevo ancora quell'orribile polvere in bocca; con la lingua cercavo di spingerla da una parte, di isolarne i granelli. Non ci riuscivo. E intanto mi tornava addosso, senza parole, la vergogna di poco prima. Il nonno fissò la ruota finché non rallentò del tutto. Quando si arrestò, disse in modo quasi solenne: «Addio, cara». «Non prende», piagnucolò Mauro. «ricalcolo percorso» Zia Lidia sbuffò e guardò il proseguimento della strada. «E se passasse qualcuno?» «Passerà qualcuno» disse Lorenzo. Io notai che Lorenzo continuava a fissare il bosco. Mi girai anch'io e lo fissammo insieme, ovviamente in silenzio. «Dai, dai, non è successo niente. Adesso andiamo a vedere se c'è qualcuno a cui chiedere aiuto più avanti», propose poi Mauro, improvvisando una via d'uscita da quella bolla surreale.
7 Nessuno aveva alternative, quindi ci muovemmo senza discutere, camminando verso il bosco e lasciandoci dietro ciò che rimaneva dell'auto. … Il bosco era attraversato da un vento leggero e coreografico. Camminammo lungo il margine della strada, in fila, senza chiederci dove stessimo andando, come se bastasse muoversi perché la cosa si cancellasse dall'elenco degli eventi della giornata. Il navigatore, dentro la macchina rovesciata, continuò a rantolare per un po', ovattato. «ricalcolo percorso» Quella voce non ci mollava. A un certo punto ebbi l'impressione che il vento se la fosse presa in carico, per poi spingerla nel bosco con noi fino a farla viaggiare tra i rami. Dopo poche decine di metri comparve un sentiero che ci riportò sull'asfalto, dove passavano le auto. Davanti a noi vedemmo un capannone basso, con una serranda a metà e una luce accesa. Sopra c'era un'insegna sbiadita: GOMMISTA. Davanti alla serranda c'erano chiazze nere per terra, a strati, e la gomma era così presente che sembrava formare un'architettura a parte. Mauro si fermò davanti all'ingresso. «Buongiorno» Ci fu un rumore di ferri. Poi uscì un uomo in tuta scura, le mani nere e la faccia che sembrava di gomma anche lei. L'uomo ci guardò uno per uno senza fretta, come se stesse soppesando i pro e i contro del disturbo. «Che è successo?», chiese placidamente. Mauro indicò la curva con un gesto breve. «Ci siamo ribaltati.» L'uomo incassò la notizia senza fare un plissé. Poi azzardò un cenno con la testa, un meccanico tentativo di mostrare vicinanza. «Feriti?» aggiunse subito dopo, accorgendosi di non essere andato a segno. «No», ribatté zia Lidia, infastidita dai suoi tempi di reazione. L'uomo si avvicinò di qualche passo con la sua flemma e si stampò sulla faccia un sorriso a metà tra il buffo e l'inquietante. «Allora siete già fortunati.» «Avremmo bisogno di far controllare l'auto», esclamò rigido Mauro, con una diplomazia che non gli apparteneva; dopo quel secondo incidente gli si era
8 sgonfiato anche l'orgoglio. Il gommista si voltò verso il telefono a filo appeso dentro al capannone. «Chiamo un amico», biascicò. «È fidato.» Compose il numero con calma; il telefono fisso, una vecchia cornetta in bachelite, fece un suono che incuriosì il nonno. Probabilmente non vedeva aggeggi simili da decenni. L'uomo parlò lentamente, dando solo informazioni essenziali. «Nino? Ho un'auto ribaltata alla curva. Puoi passare?… No, niente feriti, stavolta.» Sembrava quasi dispiaciuto. «Arriva», muggì, riattaccando. «Quanto ci mette?» chiese Lorenzo. «Boh. Dipende da dov'è», proseguì il gommista. In un altro momento Mauro gli sarebbe saltato al collo, ma lì si limitò a deglutire. L'uomo tornò dentro e cominciò ad armeggiare su un banco da lavoro, smaltendo la nostra presenza come se fossimo solo un altro ferro vecchio. «Non prende», notò di nuovo Mauro, muovendo il telefono in aria come un bimbo con un aeroplanino. «Qui prende male», fece notare il gommista, senza alzare la testa. Capirlo era difficile: la voce diceva una cosa e il corpo un'altra. Le parole uscivano dritte, ma la prossemica le tradiva. Forse per questo mi stette subito simpatico. Ripensai a quanto fosse eccessiva quella cattedrale di gomma: iniziava fuori e proseguiva dentro, tracciando una sorta di percorso. A occhio era più del doppio di quella di cui avrebbe mai avuto bisogno, dato il posto infelice in cui si trovava. Mauro rimise via il telefono con un gesto breve e impacciato, non da lui. Zia Lidia si sedette su un copertone della cattedrale nel modo in cui ci si siede a messa. Lorenzo rimase in piedi a guardare la curva e, ogni tanto, il bosco, come se questi fossero collegati da un filo che vedeva solo lui. Il nonno teneva d'occhio una catasta di copertoni dentro alla cattedrale, forse l'abside, che risentiva dell'incuria del Capitolo dei Canonici, capitolo ridotto a un solo sacerdote, ora raccolto davanti allo smontagomme, a officiare la sua messa di mastice e toppe. Il nonno se ne tornò vicino a me a far roteare i pollici, senza proferire parola. Infine, il gommista uscì di nuovo e si pulì le mani su uno straccio. «Dove andavate?» ci chiese.
9 La domanda rimase sospesa. Per un attimo ce n'eravamo tutti dimenticati. Poi il nonno, a fatica, riuscì a tirar fuori dalla sua bocca la parola: «A un funerale.» Il gommista annuì, quasi l'avesse immaginato da qualcosa nell'aria. «E adesso?» chiese con voce candida e fastidiosa. Ci furono cinque secondi di pigro silenzio. «Adesso aspettiamo», replicò poi il nonno con distacco. «E aspettate», ribatté il gommista, giusto per avere l'ultima parola in quell'improbabile conversazione. Seguì un minuto in cui passai in rassegna un centinaio di piccoli rumori, uno diverso dall'altro. Fu come contare le pecore e mi venne un sonno incredibile. Quella notte non avevo dormito niente e mi sarei appisolato volentieri da qualche parte, anche solo per velocizzare quell'attesa grottesca, ma mi sembrava inappropriato chiedere al gommista se potessi usare due copertoni come materasso. Poi Mauro, senza guardare nessuno, rimise la puntina sul disco rotto. «Che culo.» «Che culo», rispose zia Lidia. La sua voce non aveva gratitudine. Lorenzo si schiarì la voce: un raschio gutturale che graffiò il vinile. Il gommista ci osservò un secondo e poi sentenziò: «Eh, qui succede». «Qui?» Mauro sembrava sul punto di piangere. «Alla curva» precisò il gommista. «È perché non si vede…» borbottò Mauro. «La gente arriva lunga. Poi c'è un po' di ghiaino. Comunque succede.» Ebbene Mauro aveva ragione. C'era ghiaino. Maledetto ghiaino. Nessuno commentò. Succede era abbastanza. Da lontano arrivò un furgone bianco. Scese un ometto anonimo che sembrava la copia carbone del gommista, ma con cappellino a visiera e guanti da lavoro. «Dov'è l'auto?» chiese. Il gommista indicò la curva. L'uomo ci guardò un attimo, pronto a lavorare. «Nino, piacere. Di qui?» Annuimmo sincronicamente, perché il ritmo di Nino, ben diverso da quello letargico del gommista, ispirava puntualità.
10 Camminammo verso la macchina rovesciata. Vista da fuori sembrava più piccola, quasi innocua, al pari di un giocattolo rotto. Nino girò intorno alla carrozzeria. «Questa è segnata», disse. «Anche questa» Aprì il furgone e tirò fuori gli attrezzi con gesti puliti, inevitabili. Ogni gesto diceva si fa così. Mauro era ancora un po' stordito e in cerca di conferme. «Siamo vivi», azzardò piano. «Sì», rispose piatta zia Lidia. «Sentenza rimandata», disse Lorenzo. Poi toccò al nonno: «Non ci siamo fatti niente». Lo disse in modo poco spontaneo. Nino lavorava senza alzare lo sguardo, con la sordità professionale di chi ha imparato a isolarsi dalle lagne dei clienti. Lorenzo si spostò verso il margine del bosco, per poi fermarsi a guardare tra i tronchi. Nonostante fosse fatto per il 75% di cinismo, in quel pomeriggio strano qualcosa si stava smuovendo dentro di lui. «Che fai?» chiese Mauro con un'impercettibile vena polemica. «Mi sa che vado un attimo a sgranchirmi le gambe», replicò piatto Lorenzo. Fece due passi tra gli alberi e sparì. «Questa viene via», disse Nino tra sé e sé, girando una chiave. E quasi come se si sentisse escluso, il navigatore parlò ancora, ovattato. «ricalcolo percorso» Nessuno fiatò. Mi sembrò la cosa più simile a una pernacchia che un'auto potesse fare. Il gommista lo guardava fare e gongolava – segretamente, ma nemmeno tanto – di vedere che a sudare era un altro. Quando Nino finì, si raddrizzò. «Io non ce la faccio, qui serve il carro per tirarla su». «Lo chiamo io», disse il gommista, e buttò la sigaretta. Rientrò nell'officina e digitò un numero. Poco dopo era già di nuovo fuori, ancora più baldanzoso. «Arriva!» Ci sistemammo come si poteva, dove era facile non sapere cosa fare. Zia Lidia chiese un copertone al gommista e se lo portò appresso. Mauro rimase in piedi. Io mi misi vicino al nonno senza dirglielo;
11 lui continuava con i pollici, tanto per cambiare. Di solito, più lenti li faceva andare, più era teso. Ora però mi sembrava del tutto indecifrabile il suo comportamento. Fu allora che zia Lidia si alzò e guardò oltre il capannone. «Guarda! C'è un bar.» «Dove?» Mauro era sempre più spento. Zia Lidia indicò l'insegna mezza coperta dall'edera. «Ma guarda che è chiuso», replicò Mauro. «Eh sì, è chiuso da anni», confermò il gommista. «Non sembra chiuso», bofonchiò la zia. Nel vialetto comparve un uomo sui sessant'anni dal passo tranquillo. Aveva qualcosa del gommista e qualcosa di Nino, e nel dire questo mi riferisco proprio al principio costruttivo, come se da quelle parti gli uomini venissero da un unico stampo, colato con gradi diversi di fretta. In lui, il terzo, quella matrice era più definita che negli altri due, al punto che sembrava fatto della stessa materia del posto. Attraversò il cortile, aprì la porta di un bar chiuso da anni e accese le luci. Poi si mise dietro al bancone con la naturalezza di chi ha imparato un mestiere molto presto e l'ha portato avanti per tutta la vita. Zia Lidia si voltò prima verso Mauro, con aria di superiorità, ricevendo indietro un suo cenno con il capo che era una summa di indifferenza, e poi verso il gommista, con aria confusa, ma questi era già rientrato. Da dentro il bosco arrivò un rumore secco, come un ramo spezzato. Il nonno sollevò la testa. Io guardai gli alberi e poi il bar acceso. Due strade, entrambe senza indicazioni. E il navigatore, moribondo nella macchina rovesciata, si spense di colpo. … Zia Lidia partì per prima, con la borsa stretta al petto anche mentre camminava. Mauro la seguì non appena riuscì a mettere da parte il suo orgoglio, che, come la sciatteria di Lorenzo, non c'era modo di sradicare del tutto, nonostante il gran baccano che avevano dentro. «Solo un attimo», disse al gommista, con quel tono da ci vado anche se non mi rispondi. Zia Lidia, a differenza del marito e del cognato, non dava segni di cedimento. Restava fedele alla linea come un chiodo ben battuto, colpo dopo colpo, fino a sparire nel muro.
12 Il gommista non rispose. Mauro, come il fratello, guardò verso il bar e poi verso la curva. Due direzioni che per lui avevano lo stesso peso e lo stesso torto. In fondo c'era lui al volante: il resto era un alibi. Il pirata stradale poteva anche averli centrati, ma Mauro si sentiva l'unico responsabile. Io rimasi fermo un secondo. Dal bosco arrivò una sequenza di rumori. Guardai il nonno: anche lui fissava gli alberi. Non l'avevo mai visto così distante. «Vado a vedere dov'è», disse tagliando corto, e poi entrò nel bosco a passi lenti, senza voltarsi. Io decisi che avrei raggiunto Mauro e zia Lidia, perché avevo la gola secca e la vescica da svuotare. La porta del bar era di vetro sporco, con l'insegna mezza coperta dall'edera. La maniglia era fredda e un po' appiccicosa, un primo assaggio che sarebbe bastato in altre circostanze a farmi tornare indietro. Dentro, due lampadari pendevano stanchi sputando una luce bianca, emicranica, su un bancone in legno di quercia, impastato di birra secca e disinfettante. Entrai e mi sedetti sullo sgabello accanto alla zia. La stanza, dall'aria densa e viziata, era una mappa olfattiva che esplorava tutto lo spettro mefitico dal fecaloide al clorato, con spiacevoli variazioni sul tema quando la temperatura saliva. Tre tavolini unti da mesi; su uno, un giornale sportivo vecchio di sei anni faceva da centrino. Sedie buttate lì più per tappare i vuoti che per far sedere qualcuno. La bottega offriva un paio di snack da natura morta e una sola, fedele spillatrice. Quella luce mi metteva addosso una faccia che non riconoscevo. La vidi nel marmo lucido del bancone, distorta dalla bombatura del piano. Sembravo un beluga in doppiopetto. L'immagine fu così improbabile da farmi scoppiare a ridere (ridere nervosamente nei momenti meno appropriati è sempre stato uno dei miei più grandi talenti). L'uomo era già dietro al bancone. Nell'analizzare la mia risata isterica mi regalò un sorriso pietoso, forse un timido tentativo di smorzare il mio disagio. Zia Lidia e Mauro mi controllarono di sbieco, come se avessero sentito un rumore e dovessero solo capire da quale animale venisse. In effetti non mi avevano mai visto ridere. In famiglia nessuno sapeva che suono avesse la mia risata, nessuno eccetto il nonno.
13 «Cosa prendete?» azzardò l'uomo dietro al bancone. «Una rossa media», rispose subito zia Lidia. Mauro chiese delle noccioline. Io un'aranciata. Con una mano mise la pinta davanti a zia Lidia; senza schiuma, eppure promettente. Con l'altra appoggiò le noccioline davanti a Mauro, che le guardò con una brama di solito riservata ai corpi. A me passò in un secondo momento una bottiglia ancora chiusa che aveva un dito di polvere sopra. Svitai il tappo e il gas fece il suono delle mie estati d'infanzia. Sentirlo lì, in quel disimpegno d'obitorio vestito a festa, mi fece accapponare la pelle. Bevvi in fretta, come se qualcuno potesse togliermela. Lo zucchero mi restò appiccicato ai denti e mi pentii di aver ordinato quella bevanda da bambini. Poi mi tornò l'urgenza e andai alla latrina: un pisciatoio a canaletta, lungo la parete, con incrostazioni barnacolari degne di un molo. «Di passaggio?» sentii che chiese il barista mentre ero in bagno. «Funerale», rispose zia Lidia. Ormai era una parola che si faceva pronunciare con facilità. Mentre tornavo al mio posto, l'uomo annuì due o tre volte, quasi fosse il suo unico modo di esprimere empatia. Mauro guardò l'orologio e lo fece con la stessa espressione aggrottata con cui aveva guardato il telefono senza campo, un'espressione che trasudava fatica e concentrazione. Zia Lidia esplose senza preavviso. «Io non volevo venire.» Fu inaspettato quanto atteso. Mauro fece una smorfia infastidita e dolorante al tempo stesso. «Non volevo vedere quella gente. Non volevo fare la parte», la zia aveva una voce piccola. «Non è che uno viene perché vuole», replicò Mauro. «Appunto. Viene perché deve, e io mi sono stancata dei deve», puntualizzò zia Lidia. «Ho sentito l'incidente. Brutta storia. Vi siete fatti qualcosa?» chiese il barista cercando di inserirsi nella conversazione. Forse era solo la cadenza del posto, eppure, come il gommista, sembrava quasi sperarci. «Niente», disse Mauro scuotendo la testa. «Meglio», chiarì il barista. Zia Lidia guardò il bicchiere come se fosse vuoto, anche se non lo era. «E adesso che si dovrebbe provare? Dio santo… mi sento sollevata. E mi fa schifo.» Mauro prese un'altra nocciolina. «Siamo vivi», ricordò. Ci fu poi una lunga pausa.
14 «Lorenzo…» sussurrò poi tra sé e sé Mauro, ma c'era troppo silenzio e zia Lidia lo udì. «Se vuole stare lì, che stia lì». «Avete litigato?» chiese Mauro. «No», rispose secca zia Lidia. «Che ti prende allora, Lidia? È per via della macchina? Guarda che il papà era già rassegnato. Gliel'aveva data lui, quella macchina, e si sapeva che prima o poi sarebbe successo. Una macchina non dura per sempre. Figurati in quelle condizioni!» «No Mauro, mi prende che sono stanca. Mi prende che a forza di fare finta non so più cosa voglia dire essere spontanei.» Si fermò prima che la frase diventasse insostenibile emotivamente. Mauro incassò il colpo e abbassò gli occhi. «Se volete, potete stare qui finché arriva il carro, anche se non consumate», propose l'uomo dietro al bancone. Zia Lidia annuì. Probabilmente l'aveva dato per scontato. Mauro direttamente non reagì, ma non per maleducazione: stava ancora pensando a suo fratello. Mai avrei pensato di poterlo dire, ma Mauro si trovava in un groviglio di tenere emozioni che non sarebbe riuscito in una vita intera a verbalizzare. Restammo seduti un altro po'. Quelle luci bianche erano spilli conficcati sulle tempie. Io finii l'aranciata troppo in fretta e rimasi con la bottiglia vuota in mano mentre la zia e il barista alternavano silenzi prolungati e scambi monosillabici. Poi Lidia riprese lo sfogo, dimenticandosi del barista. «Vostra madre…» esordì zia Lidia, che ormai era diventata pericolosamente imprevedibile. «Non cominciare.» Mauro parve riaccendersi. «Non sto cominciando.» Lidia parlava piano, con quella compostezza studiata da donna razionale con cui si proteggeva nelle conversazioni. «Sai benissimo che lei detestava la compassione. E io non ho intenzione di tradirla adesso.» Prese in mano il bicchiere. «Avrebbe preferito un brindisi, e io voglio accontentarla. Quindi brindiamo.» Alzò il bicchiere, con la goffaggine che guida ogni tentativo di sembrare disinvolti. «Brindiamo a lei.» Nessuno rispose. Il tavolo restò immobile. Guardavamo tutti altrove. Il bicchiere di Lidia rimase a mezz'aria un istante di troppo; la tensione le ridisegnò lo sguardo. La mascella si serrò e i denti stridettero.
15 Poi il suo braccio scattò indietro: aveva stritolato il bicchiere con la stessa forza con cui serrava i denti; le schegge finirono sul tavolo in un tintinnio cattivo. Zia Lidia si guardò il palmo: era attraversato da un solco rosso, una fessura eruttiva. Senza dire niente, sparì verso il bagno. Mauro, incredulo, emise un verso che sembrava una via di mezzo tra un colpo di tosse e uno di quei suoni che fanno i bambini prima di piangere. Io sentii una vampata, mentre la vergogna mi alterava il pH della pelle. Pensai ai miei, che odiavano così tanto quest'ala della famiglia da non voler venire, e alla condanna di essere cresciuti tra una casa che era un rettilario e una che era un manicomio. E la mia, invece? Che razza di posto sarebbe stato casa mia? Mi prese un forte senso di irrequietezza e mi dovetti alzare. «Dove vai?» chiese Mauro. «Fuori-un-attimo.» Lo dissi tutto attaccato, tanto fremevo di uscire da quel postaccio. L'uomo dietro al bancone, tenendo la sua solita espressione, mi seguì con gli occhi finché non mi chiusi la porta alle spalle, come se dovesse timbrarmi l'uscita. Fuori l'aria era diventata così umida che mi sembrò di essere finito in un bagno turco. Scambiai uno sguardo con il gommista: era ancora fuori ad aspettare. Mi salutò con la mano, io ricambiai. Poi mi incamminai verso il sentiero che portava nel ventre del bosco. Il tempo passava e del carro attrezzi non c'era traccia. Dal bosco arrivò un respiro lungo di vento, poi qualcosa che mi prese di schianto: un nitrito. Mi fermai. Guardai verso gli alberi e, tra i tronchi, vidi muoversi qualcosa di scuro. Mi avvicinai. Pochi secondi dopo sentii la porta del bar aprirsi alle mie spalle. Non avevo fatto neanche cinque metri da quando ero uscito. Era Mauro. «Dov'è tuo nonno?» chiese, come se si fosse appena ricordato della sua esistenza. Io indicai gli alberi. «È andato a cercare Lorenzo.» … Mauro fece un passo verso il bosco e poi si fermò. Aveva un'espressione a dir poco contrita.
16 Entrammo in silenzio tra gli alberi, senza prendere un sentiero preciso. Il bosco era più labirintico di quanto mi sarei mai aspettato e non c'erano segni abbastanza evidenti né di Lorenzo né del nonno. Dopo pochi metri l'aria divenne inspiegabilmente calda e secca. I rumori della strada si spensero, inghiottiti dalla vegetazione. Mi accorsi che stavo ascoltando il bosco come si ascolta la propria casa di notte. Sentii di nuovo quel respiro profondo, poi un colpo secco sul terreno. Mauro era inciampato dietro di me. Quando mi girai lo trovai a terra, dolorante. Lo aiutai a sollevarsi, trattenendo a stento le risate (non sono un santo). Nell'erba alta il verde ci mangiava le distanze. Poi a un certo punto, dopo aver vagato un po' a mosca cieca, imboccammo un sentiero. A lato del sentiero, c'era una piccola radura con due cavalli. Avevano addosso l'odore inconfondibile delle bestie libere. Il fiato usciva a sbuffi brevi e si sfilacciava subito nell'aria. Lorenzo era lì, con una mano sul collo del cavallo più vicino. Non lo accarezzava: appoggiava la mano e basta. Anche il nonno era lì, ma a distanza di sicurezza. Guardava, come noi. Quando ci vide fece solo cenno di stare fermi. Sembrava testimone di qualcosa che stava accadendo per la prima volta anche per lui. «Ma che cazzo…» sussurrò Mauro. Lorenzo si voltò. Senza occhiali era irriconoscibile. Gli era sparito il cipiglio da miope e i muscoli facciali, per una volta, sembravano molli, come se qualcuno gli avesse allentato tutte le viti responsabili di quella tensione, una tensione che, in vita mia, avevo visto solo su di lui. «Non sono belli?» disse quest'ultimo con occhi estatici. Mauro, preoccupato per l'umore del fratello, fece un passo avanti. «Di chi sono?» «E chi lo sa», replicò debolmente il nonno. Sentivo di dover dire qualcosa, e seguendo l'istinto, finii per fare una domanda ancora più stupida di quella di Mauro. «Non li infastidiamo?»
17 «Tutt'altro», rispose il nonno, con ancora una punta di fragilità in gola. Mauro inspirò forte, tentando di ricomporsi. «Non possiamo stare qui. Il carro sta arrivando. Lorenzo, vieni. Dai. Basta» Lo diceva ansimando. Lorenzo non reagì. Il nonno si avvicinò al cavallo e lo guardò senza toccarlo, quasi per rispetto. «Da ragazzo ci salivo», disse. «Mio padre ne aveva alcuni. A uno ero affezionato come a un fratello. Ci facevano competere, sapete? Una volta vinsi anche.» Gli spuntò un sorriso, che però gli morì in faccia un istante dopo. «Poi una sera, con ospiti in casa, mio padre decise che doveva dimostrare di saper montare anche dopo qualche bicchiere. Ci salì sopra. Durò il tempo di una vanteria: volò giù, disarcionato.» Gli occhi del nonno divennero lucidi. «Il giorno dopo il cavallo non c'era più… Da allora non ho più voluto saperne di cavalli. Così quando mio padre è morto, li ho venduti tutti.» Lo guardammo sciogliersi davanti a noi mentre pronunciava quelle parole, e ci parve di aver scoperto un dettaglio nuovo in una foto sommersa di polvere. «Non ce l'avevi mai detto», notò Mauro. «Non me l'avete mai chiesto», replicò il nonno. Mauro si passò una mano sul viso, esausto, cercando di strofinarsi via il giorno dalla faccia. «Lorenzo, andiamo». Lorenzo tolse la mano dal collo dell'animale, ma non si mosse verso di noi. «Mauro, ho pensato tante cose brutte su di te». I cavalli ci fissavano mansueti come preti al confessionale, mentre noi, bimbi coi peccatucci in tasca e colpe senza nome, provavamo a ripulirci per la prima comunione. Lorenzo si girò verso Mauro. Aveva gli occhi puliti. «Quando ci siamo ribaltati, ho avuto paura. Non mi era mai capitato. Paura che non rispondeste. E la prima voce che ho cercato non è stata quella di Lidia. È stata la tua.»
18 Mauro provò a stuccare la crepa con quel poco di razionalità che gli rimaneva, ma non andò a segno. Il nonno fece un passo avanti e posò una mano sulla spalla di Lorenzo per farsi carico di quella frase insieme a lui. Poi appoggiò l'altra sulla testa di Mauro, come un re taumaturgo. A quel punto rimasero immobili e divennero un gruppo marmoreo. Lorenzo poi abbassò lo sguardo. Mauro rimase senza appigli. Il nonno si voltò verso i cavalli e poi alzò gli occhi un filo sopra le conifere: l'ultima luce restava impigliata tra le foglie. «Vecchia mia… ti sei portata via un pezzo di tutti noi.» Da fuori, dalla strada, arrivò il rumore di un motore pesante: il carro attrezzi. Poco dopo, tra i tronchi, comparve zia Lidia, con la borsa stretta al petto. «Dovevate mettervi a fare gli scout proprio adesso? È un quarto d'ora che vi cerco!» Lidia si fermò sulla soglia della radura, guardò i cavalli, poi noi. Non chiese nulla, non commentò. Sembrava aver già capito che lì le domande non funzionavano granché. Un cavallo sbuffò e il fiato uscì bianco. Più indietro, tra i tronchi, si mossero delle ombre. Giurai di aver visto una moltitudine di groppe, colli e criniere scrutarci diffidenti da lontano. Poi quel punto tra gli alberi si impastò d'ombra e, un attimo dopo, non c'era più niente. Per un tempo difficile da stimare, tra di noi successe tutto ciò che ci sfugge quando diciamo che non succede nulla, e nient'altro. Dietro, il bosco era tale e quale, eppure avevo la sensazione che qualcosa si fosse spostato di mezzo grado: un allineamento minuscolo. Una cosa che, se te ne accorgi, non riesci più a rimettere com'era. E per un attimo pensai che fuori dal bosco non ci aspettasse più il mondo di prima. Era una bell'illusione. Fu un bel momento.
19
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