OFELIA FIORETTI - UN PANOPTICON

PREMIO CAMPIELLO‌ GIOVANI 2026‌ SELEZIONE DELLA CINQUINA FINALISTA‌ UN PANOPTICON‌ DI OFELIA FIORETTI

1 Il mare aveva un colore malato. La barchetta lo fendeva sicura, procedendo veloce si lasciava a poppa una scia candida che divideva in due la distesa d’acqua. Ad Argo quell’immensità parve un occhio: teso, traslucido. Un’immensa orbita eterea, infinita, aperta sotto di lui. «Stiamo arrivando.» La voce del ragazzo lo raggiunse senza urgenza, piana. Argo, che si era perso in quei pensieri, sollevò lo sguardo di scatto. Le onde continuavano a muoversi sotto di loro, ma l’isola si stagliava già dinnanzi ai suoi occhi. Immobile. Ne occupava la sommità un cubo perfetto, di cemento compatto, piantato contro il cielo. Attorno, le scogliere si ergevano sul mare con un andamento irregolare, frastagliato, come se la natura si fosse arrestata di colpo, lasciando spazio a quella forma architettonica primordiale ed estranea. Il vento fischiava, e correndo lungo i bordi dell’isola, urtava contro la massa dell’edificio. Attraccarono a un molo modesto. Il ragazzo con un gesto rapido e agile scese per primo. Poi tese la mano ad Argo, che lo seguì con meno naturalezza. Cominciarono ad avanzare, Argo lo osservava camminare davanti a lui, con passo deciso, regolare. Doveva conoscere bene il percorso. La linea delle spalle, la sicurezza nell’incedere, la facilità con cui occupava lo spazio: era bello, questo era evidente, di una bellezza archetipica, ma, più di ogni altra cosa, emanava una calma ferma, rigorosa. Argo constatò che nasceva in lui una fiducia spontanea, quasi fisica. Gli parve che affidarsi a lui, nonostante si trattasse fondamentalmente di uno sconosciuto, fosse semplicemente rassicurante. Sospirò. Man mano che si avvicinavano, il cubo cresceva davanti ai loro occhi, sempre uguale a se stesso. La superficie grigia assorbiva la luce e la restituiva opaca. Argo ne lodò mentalmente l’architettura così lineare, che pure sapeva contenere al suo interno una rigorosissima complessità. Associò in cuor suo l’edificio a un corpo gargantuesco, percorso da chilometri e chilometri di vene, arterie e vasi. Poi inciampò su un sasso e per poco non finì disteso. Si fermarono e Argo si accorse di star cercando un punto di accesso, un ingresso, una variazione. Il pensiero scivolò altrove senza preavviso: un corridoio universitario, una lista di nomi che scorreva. Poi il suo, e, a fianco: RITIRATO. Avvertì un disagio netto, breve, e lo lasciò cadere.

2 Da vicino il cemento mostrava una trama finissima, quasi levigata. Solidità assoluta, capace di suscitare rispetto e una vigile attenzione. Si voltò verso il ragazzo, in attesa. Lui accennò un sorriso, lieve, come se la spiegazione fosse già cominciata. «Quest’edificio è la geometria del potere. Tutto, al suo interno, è progettato per un unico scopo: far sentire costantemente osservati i criminali che ne occupano le celle… Anche, e soprattutto, quando osservati non sono.» Argo annuì appena, senza distogliere lo sguardo dalle labbra dell’oratore. C’era qualcosa di profondamente ipnotico nel modo in cui scandiva quelle parole, e nella certezza con cui lo faceva. «Al centro si trova la stanza del controllore», continuò il ragazzo, riprendendo a camminare lentamente lungo la colossale parete grigia. «Da lì puoi vedere tutto. Ti deve bastare questa consapevolezza, e non devi nemmeno abbassarti a guardare le celle. Non serve. I prigionieri sanno che potresti essere ovunque, sempre. I loro occhi, i loro corpi, i respiri, e persino il battito cardiaco… Tutto si adegua. Basta il suono dei tuoi passi che rimbomba per i corridoi a renderli consapevoli che tu sei lì per loro, e obblighi le loro anime a rimanere sulla retta via. Quelle anime che hanno scelto e causato il male, ora non osano più trasgredire. Ora non più… No, ora sono docili agnellini, perché hanno imparato a non ribellarsi al bene.» «I miei passi…» «Esatto», disse il ragazzo, mantenendo quel sorriso calmo che pareva sapere tutto. «Quando cammini, nella stanza centrale, il pavimento vibra e i tuoi passi risuonano lungo i corridoi. Non devono vederti, basta un’eco, una presenza invisibile. Devono credere di essere osservati sempre, e questo basta. Capisci, Argo?» Annuì di nuovo. Sentiva il cuore battere più velocemente. Non era paura, piuttosto una, abbastanza triste, eccitazione: l’intrigante idea, per una volta, di essere al centro di qualcosa di grande, senza sforzo diretto.

3 «Sono pericolosi?» «Cento celle, cento criminali. Nessuno spazio comune, nessun contatto. Ognuno è solo con se stesso. L’isolamento è indispensabile. Niente complicità, niente distrazioni. Solo il tempo che ti guarda passare.» Ad Argo giunse alla mente l’immagine di una biblioteca, alle sette del mattino, e tutti i posti intorno a lui deserti. Da soli si impara più in fretta. «All’inizio seguono le regole perché potrebbero essere osservati, dopo poco tempo lo fanno perché è l’unico modo di stare al mondo che conoscono. La disciplina smette di essere imposta, diventa un automatismo, un riflesso. È solo così che ci può essere redenzione!» Ora si era infervorato. Continuò: «Quelli là dentro non sono esattamente esseri umani a cui valga la pena dedicare uno sguardo, hanno già sprecato ogni occasione. Vivono intrisi della loro colpa. Il Panopticon è generoso con loro! Li costringe a migliorarsi senza umiliazione. Certo, è una redenzione — come gli piaceva pronunciare quella parola! — imposta, ma pur sempre una redenzione. Molti non avranno mai una possibilità così chiara, così… strutturata.» Sorrise compiaciuto. «Essere osservati è un privilegio, in fondo. Significa che qualcuno ti ritiene degno di qualcosa. È già più di quanto meritino. Sanno anche loro di non poter sfuggire a ciò che sono stati.» Per un istante Argo ebbe la fugace impressione che il ragazzo non stesse parlando dei detenuti, ma l’idea scivolò via, come fa, in fondo, ciò che non trova, ancora, il posto dove collocarsi. Rimasero qualche istante in silenzio, Argo osservava il paesaggio intorno a sé. Rocce, e il mare sconfinato. La vegetazione rada, le scogliere a precipizio, il cielo di un azzurro spento, tendente al grigio. Nessuna traccia di un passaggio umano, nessun sentiero. Si sentì leggero, sentì che quel luogo non nutriva aspettative nei suoi confronti. Il ragazzo riprese a parlare: «L’ingresso non è come immagini».

4 Si mosse lungo il lato del cubo, fino a un punto in cui il cemento appariva lievemente più scuro, antracite. Premette con il palmo, senza esitazione. Una lastra si ritrasse con un suono sordo. Entrarono. Il corridoio era breve, giusto qualche decina di metri, poi la sala centrale, enorme, perfettamente circolare. Un vuoto geometrico guarnito solo da elementi funzionali, posti al centro della stanza: un letto, una scrivania, uno specchio. E un bagno, essenziale fino all’astrazione. Una luce al neon appiattiva ogni cosa, e illuminava lo spazio segnando un contrasto particolarmente netto con il buio dei corridoi che si dipanavano da ogni lato della sala. «Qui puoi studiare, non ti manca nulla. Silenzio, tempo, nessuno che ti interrompa.» Effettivamente i libri di Argo erano lì, impilati sulla scrivania. Poi il ragazzo indicò un telefono fissato al muro, vicino al corridoio da cui erano giunti. «E quello è per chiamarmi, in qualunque momento. Mi telefoni, arrivo, torni a casa con la paga concordata, dai i tuoi esami. Se poi vuoi rientrare si fa allo stesso modo. Nessun obbligo.» Fece una pausa. «Vorrei che fosse chiaro che puoi andartene in ogni momento, e da parte di nessuno ci sarà mai alcuna recriminazione.» «Grazie.» «Grazie a te. Quanto al cibo, ogni giorno trovi il tuo vassoio all’ingresso, ogni due giorni un’uniforme pulita. Puoi anche non indossarla, decidi tu.» Il ragazzo si congedò con un lieve cenno del capo e un sorriso, e si avviò. Fu in quel momento che Argo li udì: prima non ci aveva fatto caso. I passi. Risuonavano con una pienezza inattesa. Ognuno di essi si dilatava nell’aria come un colpo inferto alla struttura stessa, rimbalzava sulle superfici nude, si moltiplicava, tornava al punto di partenza con un’eco che sembrava non volersi arrendere alla caducità. Argo si sedette sul bordo del letto. Poi rimase immobile, trattenendo il respiro, mentre il fragore si allontanava. Passi che non chiedevano permesso. Quando tacquero, il silenzio che ne seguì era gravido di attesa. Si guardò intorno: si trattava probabilmente della stanza più grande

5 dove fosse mai stato. Nessuna finestra, solo centouno corridoi, nere fenditure, si aprivano intorno a lui, uguali, e al contempo irriducibili a forma unica. Oltre alle prime falde d’ombra era impossibile scorgere alcunché, ma, nel silenzio, si percepiva che da quelle gole oscure provenivano rumori minimi, discontinui: un trascinarsi appena percettibile, un urto smorzato, il fruscio incerto di un movimento trattenuto… Passi, sì, ma passi esitanti, incompleti. Passi che il suolo si rifiutava di propagare. Forse. O passi che temevano di lasciare un’impronta. Forse. Passi colpevoli, pensò, senza ancora sapere come mai avesse associato proprio quell’aggettivo, perché avesse trovato quell’unione di suoni così appropriata. Allora si mosse, per verificare la consistenza del proprio corpo. Si alzò, e bastò un solo passo. Il suono esplose. Il rimbombo si sollevò sotto di lui con una violenza sproporzionata, come se l’intero edificio si facesse cassa di risonanza della presenza del giovane. Il suono salì lungo le pareti, si infranse sul soffitto, e tornò a cadere: forte, vasto, roboante. Argo ebbe un lieve sussulto, anche perché prima, perso nelle spiegazioni del ragazzo, non aveva nemmeno fatto caso a quell’acustica così particolare. Fece un altro passo, e poi un altro ancora. E ogni volta il suono lo precedeva e lo seguiva, lo annunciava, ribadendolo e inscrivendolo nello spazio. Dopo una quantità di tempo per Argo indefinibile, la luce al neon si spense. Raggiunse a tentoni il letto e dormì. Le giornate assunsero una forma semplice, erano scandite dalla luce artificiale. Argo apriva lentamente gli occhi e si alzava sempre alla stessa ora. Studiava. Mangiare era un’attività secondaria: il cibo arrivava sempre in porzioni identiche senza variazioni e senza sorprese. La quantità lo fece rimanere affamato per i primi giorni. Poi ci fece l’abitudine. All’inizio studiava male. Apriva i libri con un’attenzione ostinata, ma le parole sembravano scivolare via senza fare veramente presa nella sua mente. Emergeva forte quella sensazione a cui era abituato; quella difficoltà mista a vergogna che lo coglieva quando si sedeva in fondo all’aula, quando evitava le domande, quando, senza nemmeno avere la forza di presentarsi più a lezione, contava i semestri come si contano i debiti. Fuoricorso. Decisamente una forma di insufficienza

6 morale. Le parole sulla pagina davanti a lui, la stessa da troppo tempo, avevano perso ogni gerarchia e vagavano scomposte, prive di significato. Sentì salire qualcosa dal petto. Di nuovo quella pressione senza forma. Si alzò di scatto, rovesciò la sedia: un boato. Si portò le mani alla testa, come per spingere via il pensiero. Non sono abbastanza. Nulla di tutto ciò gli era mai servito, se non a posporre la prova definitiva, quella in cui si sarebbe sentito vuoto. Gli scorsero davanti agli occhi i volti di quei professori che non l’avevano mai veramente guardato, poi quelli dei compagni di corso che avevano smesso di chiedergli come andava. E, senza motivo, pensò a lei. Non un volto preciso, nemmeno un nome, in verità. Solo un’occasione mai attraversata. Lui non si lanciava mai. Si lasciò scivolare a terra. Il pavimento era freddo. Respirava male, a scatti. L’aria, per chi soffoca, è una valuta preziosa. Pianse, poi rise istericamente. Infine, solo un tremito senza sbocco. Restò così a lungo, la luce si spense. Non accadde nulla di solenne. Nessuna rivelazione. Ma il panopticon continuava a stare in piedi, i corridoi non si erano mossi, i prigionieri erano rimasti dove dovevano essere. Si infilò sotto le coperte fredde e prese sonno. Col passare dei giorni, i rumori smisero di sorprenderlo. Il panopticon aveva una sua voce, e Argo si abituò a quel tessuto fonico composto di lamenti lontani, colpi secchi e pause innaturali. Ora era una trama coerente che non era necessario ascoltare realmente. Bastava esserci. E il tempo cominciò a scorrere senza attriti. Studiava. All’inizio non meglio, ma più a lungo. Le ore si disponevano una accanto all’altra. Il cibo arrivava sempre uguale, in quantità sufficiente, privo di gusto. Lo masticava senza fretta e con la mente altrove. E, man mano, i libri si lasciavano attraversare opponendo via via meno resistenza. Cominciò a piacergli l’idea di essere l’unico suono pieno. L’unico passo che contava. Quel giorno studiò bene, con una continuità che non conosceva, senza ritornare ossessivamente sulla stessa frase. Quando chiuse il libro non provò né sollievo né stanchezza, solo una quiete compatta, come se qualcosa si fosse finalmente allineato. Si alzò e mosse qualche passo. L’occhio gli cadde sulla divisa piegata con ordine, appoggiata sul pavimento, dove l’aveva riposta il primo

7 giorno, per poi scordarsene. La fissò e gli parve un po’ irrispettoso nei confronti di chi gli stava pagando uno stipendio abbandonarla alla polvere in quel modo. La indossò senza fretta, e il gesto gli parve immediatamente giusto. Sentì il peso dell’uniforme distribuirsi sul corpo, senza gravare. Come se fosse stata pensata per lui. O lui per lei. Le maniche cadevano perfettamente, il colletto gli donava una serietà austera, tuttavia priva di costrizione. Si avvicinò allo specchio, e per un istante non si riconobbe, il volto era cambiato: più scavato e definito, come se l’eccesso fosse stato ridotto all’essenziale. Il corpo era più magro. Non fragile: asciutto. La divisa seguiva le linee con naturalezza e in quell’insieme non vi era nulla di superfluo. Tutto funzionava. Si osservò a lungo, girandosi appena, studiando il modo con cui il tessuto reagiva al movimento. Provò una sensazione più simile all’adeguatezza che all’orgoglio. Come se finalmente il suo aspetto coincidesse con la sua funzione. Pensò, senza veramente formularlo, che fuori di lì il suo corpo era sempre stato un’incertezza. Troppo o troppo poco. Ora quella divisa gli dava una forma che non dipendeva dallo sguardo altrui. Mosse qualche passo, che risuonò pieno, rotondo. Più di prima. Non gli dispiacque, anzi ebbe l’impressione che il panopticon rispondesse, che riconoscesse e legittimasse la sua presenza. Da quel giorno non ritenne più quell’uniforme un indumento. Era una conferma, che arrivava nuova ogni due giorni. Il luogo, per sua natura, stava operando una distinzione, accettava quella gerarchia: un corpo destinato a risuonare, gli altri cento a consumarsi nel sussurro. Argo, nella sua uniforme, si collocò al centro della sala. Ascoltava, ed ebbe la sensazione che non si trattasse dell’effetto accidentale dell’architettura, bensì di una qualità intrinseca del suo stare lì. Come se, muovendosi, egli non producesse rumore, ma lo meritasse. La quotidianità rimase immutata, ciò che cambiò fu la percezione della quotidianità, che si fece liturgia. Le ronde lungo i lati della sala, sempre uguali e sempre diverse, non erano scandite da alcun orologio, ma si ripetevano continuamente sia di giorno che di notte. A neon acceso e spento. Studiava, sì, ma anche lo studio, con il passare dei giorni, aveva assunto un altro statuto. Un residuo

8 tollerato, un ornamento. Il sapere non lo definiva più; al massimo, lo accompagnava come muta reliquia. Ogni tanto riaffiorava un’immagine di casa, ma opaca, senza presa. Non gli apparteneva più. Nei panopticon il tempo non avanza: ruota. Dormiva come dormono i guardiani, con una parte di sé sempre desta, sempre in ascolto. La sua coscienza si era fatta architettonica. La struttura lo esprimeva, non era lui a esserne ospite. E quando si svegliava il corpo gli pareva via via più leggero e insieme più estraneo. Non gli apparteneva più del tutto. Forse gli era stato prestato. I corridoi lo chiamavano, non a parole. Un peso dietro la fronte, un caldo improvviso nello sterno, la vista che si appannava. Camminava. Sempre, anche quando restava fermo. I passi. I suoi passi. Rimbombavano. Gli sbattevano contro le tempie, gli penetravano nelle ossa. Gli facevano male, e lui ne godeva. Per la prima volta pensò razionalmente a “loro”. Ai controllati. A quei corpi bassi, rannicchiati a qualche parete di distanza da lui. Costretti a sentire quei passi, su cui non avevano alcun controllo. Li immaginò irrigiditi, paralizzati dal terrore di essere visti nel male. Ma lui non li vedeva, e proprio per questo loro erano inferiori, ombre inchiodate dalla colpa. Lui invece era pieno, necessario. Passi colpevoli. Strisciavano. Si perdevano. Morivano subito. E se Argo tratteneva il respiro, quel silenzio era una belva pronta a scattare. Allora ne bastava uno solo. Il panopticon tremava. O forse era lui. Rideva, a volte. E sentiva gli occhi bruciare e il cuore correre senza una direzione. Era troppo. Era giusto. Sentiva crescere un piacere freddo, quasi religioso, la certezza che il mondo, lì dentro, funzionasse finalmente secondo una giusta misura: la sua. Se quel boato gli spaccava il petto e insieme lo inebriava, cosa doveva suscitare in chi non aveva difesa, in chi viveva già piegato? Quel pensiero scivolava, vischioso, nel profondo. Carne addestrata a tremare. Lui no. Lui era la condizione stessa del loro tremito. La loro debolezza colava verso di lui e lo nutriva. Rimanere. Restare al centro. Non cedere. Il rumore cresce sempre. Lo sentiva sotto la pelle, nei denti, nelle ginocchia: un ronzio pieno. Passi. I suoi passi. Sempre, serviva sempre il gesto e serviva solo il gesto.

9 Non doveva guardare. Gli occhi persino gli bruciavano. Le palpebre pesanti, sudore freddo lungo la schiena. Sorrise, o forse digrignò i denti. Se avesse smesso? No, non poteva. Perché se si fosse fermato, anche solo per un istante, il vuoto avrebbe parlato al posto suo. E il vuoto era peggio. Il vuoto concedeva illusioni e speranze. Movimento. No. Camminava, le gambe dure, le articolazioni irrigidite, ma la mente non chiedeva mai tregua. Se il Panopticon non dormiva, neppure lui avrebbe dormito. In quella ripetizione ossessiva, in quel cerchio errante, Argo sentì qualcosa cedere: un ultimo legame silenzioso. Un nome forse. Un volto. Un prima. Si spezzò senza rumore. All’apice di quella tensione insostenibile, sentì nascere un’esigenza nuova, violenta, irreprimibile. Tagliare, recidere nettamente, gettare via. Intravide il proprio riflesso nello specchio. Ora non ne aveva più bisogno: sapeva com’era fatto. Lo colpì, mirando al volto di quel suo doppio superfluo. Il primo pugno fece fiorire una ragnatela di crepe. Il secondo esplose in un suono secco e cristallino, e mille frammenti si dispersero sul pavimento e addosso a lui. Gli lacerarono la pelle della mano. Il sangue sgorgò, scuro. Il neon si spense: era notte. Gli parve giusto che anche il corpo versasse il suo tributo. Nel buio assoluto si diresse verso il telefono e colpì anche quello, recidendone i cavi con una scheggia dello specchio. Lo divelse dalla parete. Raggruppò tutti i libri e i vestiti diversi dalla divisa, era agile nello spostarsi al buio, conosceva quella stanza meglio di sé. Imboccò il corridoio che portava all’uscita, in qualche istante fu fuori e la luce lo investì. Il sole era alto e spietato proprio perché inaspettato: il giorno lo aggrediva. Corse verso il bordo della scogliera. Gettò per primi i vestiti del suo tempo umano, che fluttuarono nell’aria come pelli morte e scomparvero tra le onde. Poi i libri: li lasciò andare a uno a uno, ed essi, precipitando nell’aria, si aprivano e parevano esalare un ultimo respiro. Infine fu la volta di quel che restava del telefono. Il mare inghiotte tutto. L’azzurro, l’abisso scintillante, la rapida ingestione degli oggetti che aveva appena sacrificato: tutto ciò gli passò davanti come un’apparizione secondaria che non ebbe il tempo di contemplare, perché una convinzione, improvvisa e assoluta, gli si era insediata nel petto: un attacco sarebbe

10 giunto a breve. In quel preciso intervallo di vulnerabilità, in cui egli aveva varcato la soglia e lasciato che il suo corpo fosse visto dal cielo e non dalla notte artificiale, i prigionieri, quegli esseri muti e colpevoli, quella presenza relegate al perimetro dell’ombra, avrebbero colto l’occasione. Era questo il prezzo della cesura. Voltò le spalle al mare e rientrò, veloce. La porta si richiuse dentro di lui con un suono cavernoso. L’oscurità dell’interno lo avviluppò immediatamente, decisa, familiare, quasi misericordiosa dopo l’oltraggio del sole. Tutto tornava alla giusta misura. Tuttavia, il corridoio non era mai stato così lungo. Lo ricordava stretto e funzionale, un mero vettore che conduceva dalla soglia al cuore del cubo; ora invece la sua percezione alterata lo spinse a credere che la struttura si stesse dilatando per forzarlo a comprendere fino in fondo ciò che stava per accadere. Avanzava di fretta, ma si trascinava lentamente. I passi si propagavano smisuratamente, mentre ogni altro rumore rimaneva sepolto in un silenzio sospetto, troppo compatto per essere innocente. Pensò: stanno trattenendo il respiro. Pensò: si sono disposti lungo le pareti. Pensò: mi osservano senza essere visti, come io li ho osservati senza vederli. La convinzione della loro imminenza lo lacerava, ne avvertì il peso fisico. Gli sembrò naturale che il primo colpo sarebbe giunto alle spalle, perché così fanno i colpevoli, così agiscono le creature della periferia morale. Continuava a camminare, un atto di fede e al tempo stesso di sfida. Se si fosse fermato, se avesse ceduto all’impulso di voltarsi di scatto, avrebbe ammesso una simmetria con loro, una reciprocità che non contemplava. Il corridoio pareva non finire mai. Non c’erano più i libri, non c’erano più i nomi, non c’era più nemmeno Argo, ma questo non lo sapeva. Adesso, pensò, è adesso. Eppure nulla accadde. Ma quell’assenza non lo tranquillizzò. Al contrario, lo rese più teso. Pensò, con una lucidità febbrile, che forse l’attacco non consistesse in un gesto, ma in una possibilità permanente. Quando

11 raggiunse la sala centrale, non c’era stato alcun assalto. Nessuna mano, nessun’arma, nessun corpo e nessun grido. In quel nulla di fatto, Argo ebbe la conferma oscura che il mondo, trattenendosi dall’agire, avesse implicitamente riconosciuto la sua centralità. E questa, senza che lui fosse in grado di formularla razionalmente, fu la prima vera vittoria del suo delirio. La solitudine, che un tempo lo aveva ferito, ora era prova di purezza. Essere solo significava essere uno, ed essere uno voleva dire essere il centro. Essere il centro, essere reale. Tutto il resto era colpa. Ciò che Argo non comprese mai è che non esistevano prigionieri. Nei corridoi, altri cento residui di esseri umani ascoltavano i propri passi rimbombare come quelli di un dio e, ciascuno di loro nella propria “sala centrale”, era convinto di essere l’unico a guardare.

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