PREMIO CAMPIELLO GIOVANI 2026 SELEZIONE DELLA CINQUINA FINALISTA CONSERVARE DI SCHIFAUDO MATTIA
1 Saliva le scale, mesto. Sembrava portare più peso di quanto la sua discreta valigetta non suggerisse. Con lo sguardo interrogava le scarpe, il loro lento alternarsi sugli scalini. Giunto al pianerottolo, si arrestò. Era per aggiustare il colletto della camicia, allentare un poco il nodo della cravatta. Il respiro gli si era fatto improvvisamente affannoso. Fu alla porta. Posò l’indice sul pulsante del campanello, e un istante ancora non lo premette. Un istante per rammentare a sé stesso che fosse lavoro. E che il lavoro fosse l’eredità di suo padre, e il segno tangibile del suo ricordo. Poi suonò il campanello, e attese. La luce di settembre filtrava limpida da un’inferriata. Sentì che un’altra estate gli scorreva alle spalle, e una di meno ne sentì di fronte. Una voce emerse dall’altra parte del legno. Era una voce di donna. Era aspra. Gli chiedeva chi fosse. – Il notaio, – rispose lui. Allora risuonò lo scatto della serratura, e le venature del legno divennero le rughe di un volto anziano. – S’accomodasse, – disse la vecchia, che era piccola ed era curva. – Buongiorno, – disse il notaio, subito prima di varcare l’uscio. Era l’ingresso dei vecchi appartamenti popolari. Era stretto, aperto su un corridoio ancora più stretto. La vecchia gli fece strada. Scorse la cucina, poi i servizi, un soggiorno modesto. Era una casa pulita, in ordine, e per questo non sembrava abitata. Perché la vita è scompiglio, e fa la polvere. La vecchia si arrestò alla soglia di una porta chiusa. Fece per abbassarne la maniglia, poi si voltò verso il notaio. Disse: – Mi scusasse un attimo. Quindi entrò, e lesta richiuse alle sue spalle. Rimasto a condividerne la solitudine, il notaio si rivolse a quelle pareti. Vide un quadretto, un paesaggio fiorito, e all’angolo del quadretto, fra il vetro e la cornice, una fotografia sbiadita. Era l’effige di due ragazzi, in un’estate delle tante che erano già passate: magri come spilli, sorridenti solo come due ragazzi. L’oratorio di San Giovanni faceva loro da sfondo.
2 Un cigolio riannunciò la vecchia. – Il monsignore la riceve, – annunciò. Allora il notaio lasciò i ragazzi al loro tenero sbiadimento, e si dedicò al presente, che era lavoro. Seguì la vecchia nella stanza. Vide il letto e l’allettato. Un mezzobusto, sorretto dai cuscini, che sporgeva dalle lenzuola: le sue carni livide, malate, lucide di sudore. Lo chiamò Giuseppe, per sentirsi chiamare Andrea. La stanza era abbacinata dal sole. Ogni infisso era aperto. Le tende erano raccolte. Circolava un’aria dolce. Nel colletto romano che giaceva sul vicino comò, il notaio riconobbe l’uomo di chiesa. – Vieni, siediti, – disse quest’ultimo, indicando la sedia al suo capezzale. Il notaio posò la valigetta ai piedi del letto. Sedette, e con le sue mani sposò la mano che gli veniva tesa. – Come ti senti, Giuse’? – chiese, dando voce alla retorica. – Finiu ca mi chiamavi Padre? – ribatté il malato. – Giuseppe non è forse il padre per antonomasia? Di famiglia, o spirituale che sia? – Chapeau! Un sorriso percorse entrambi. Forse era ancora quello dei ragazzi in foto, e forse di quei ragazzi era tutto ciò che restava. – La verità, – disse il notaio – È che ti ho pensato per tanto tempo come un fratello. Non intendo come i fratelli della chiesa, che sono tutti fratelli… ma come un fratello vero. E poi tu hai cominciato a chiamarmi figliolo… – Si può dire che ci avevo visto lungo, – ammise il prete in un colpo di tosse, avvedendosi dell’ironia di quel primo scambio di battute, – Ti sei conservato bene, Andrea. Magari vero pari mio figlio. – Adesso non esageriamo, – stemperò il notaio. Tornò a sentirsi la presenza della vecchia. I suoi passi incerti suggerivano che stesse per lasciare la stanza. Il prete la fermò.
3 – Rosalia, non ti siddiare, puoi portare due caffè? – Sissignore, – fece umilmente la donna, e si dileguò. – È la signora del piano di sopra, – spiegò allora il prete al suo ospite, – Si è presa cura di me in questi mesi. Una brava donna, veramente. Un giorno mi chiama e fa: “Mio marito sta morendo, ma non crede in Dio”. Allora la raggiungo, e come mi vede suo marito si mette a urlare. “Levami di davanti stu scimunitu,” grida. E come dargli torto… Per chi non crede, un prete è solo un uomo con un curioso colletto bianco. – Sei riuscito a dargli l’unzione? – Quando si è addormentato. In fondo non c’è da curarsi troppo dei dettagli. – Forse nel tuo mestiere, – scherzò il notaio, – Lo sai che nel mio basta una data sbagliata o una firma illeggibile per invalidare un documento. Anche sulla capacità di intendere e di volere c’è più rigidità… – E tu saprai che noi preti non ci intendiamo tanto di burocrazia. Del resto, credo che non se ne intenda neppure Dio. – La burocrazia è una cosa umana, e come in tutte le cose umane qualche traccia di Dio si trova sempre. Pensa alle chiese. Cioè, la Chiesa è di Dio, ma le chiese sono degli uomini, e anche lì serve qualcuno che si occupa della burocrazia. Allora non lo dissero, non lo vollero dire, ma scavarono i ricordi fino allo stesso luogo: rinvennero lo stesso profumo, lo stesso colore di capelli, gli stessi tacchi. Entrambi sentirono stringere il cuore, ma in modo diverso. – Fammi un piacere, cerca là dentro, – disse improvvisamente il prete, indicando il comò. – Secondo cassetto, c’è una Bibbia. Il notaio non fece domande. Trovò la Bibbia, e dalle pagine brunite vide che sporgeva una lingua di carta nuova. – Prendilo, – disse il prete. Il notaio capì che non si riferisse al libro, quanto a ciò che vi era nel mezzo.
4 Era una pagina di quaderno a righe. Era piegata a metà. Il notaio la schiuse e lesse due righe del suo contenuto. – È quello nuovo? – chiese. – Sì, – rispose il prete. Il notaio tornò a sedere. Non smise di leggere. – Fin qui sembra tutto uguale, – osservò. – Ho aggiunto qualcosa alla fine. L’attenzione del notaio si spostò allora a una breve postilla, scritta con inchiostro diverso al termine della pagina. “A chi si farà riconoscere,” lesse, “Spetteranno le parole nella Diodati”. Una scintilla di stupore brillò allora nel suo sguardo, che subito si alzò per cercare il prete. E il suo sguardo chiedeva “Che significa?”, mentre le sue labbra restavano serrate. Il prete indugiò. Lo fece quel tanto che valse al cigolio della porta per tradire ancora il ritorno della vecchia. Così l’attesa prese il buon sentore del caffè, che trovò spazio sul ripiano del comò. – Ti ringrazio Rosalia, – disse il prete – Il Signore ne terrà conto. Adesso, se vuoi, puoi anche andare. La vecchia fece un cenno con la testa. Una volta per assentire; una seconda per congedarsi. – Quindi? – chiese il notaio, quasi a dar seguito a quella domanda che avevano pronunciato i suoi occhi. Il prete si ritorse in uno sfogo catarroso. Sedò l’intervento tempestivo del notaio. – Pigghia ‘u café, – gli disse – Amunì, ca’ già s’arrifriddò! Il notaio gli diede retta, in pochi sorsi vuotò la tazzina. Similmente fece il prete, che guardandone ora il fondo aggiunse: – Quanto m’è piaciuto il caffè… Due, tre tazzine al giorno, ogni giorno per quarant’anni. Mica è poco. Mi sembra di aver spezzettato una vita in tazzine di caffè, e manco c’ho troppo torto. In effetti, per me è sempre stato un momento di sospensione. Se mai c’è stato qualcosa di importante da fare, non l’ho mai fatto prima di aver preso una tazzina di caffè.
5 – Stai per fare qualcosa di importante? – chiese, quasi scherzando, il notaio. – Non lo so… – disse il prete, pensoso, – Facciamo che lo decidi tu. – Giuse’, io non ho mai deciso niente; ho solo legittimato le decisioni degli altri, buone o cattive che fossero. Perciò, fai quello che devi fare. Di’ quello che devi dirmi. Allora il prete parlò. Parlò di San Giovanni. Di un’estate. Di due ragazzi. Il pallone batteva contro il muro e tornava indietro. Giuseppe non lo fermava sotto i piedi, ma subito riassestava il tiro. Ai bambini aveva insegnato che quel gioco si chiamasse ‘Muro di Pelè’. Servivano un muro ed un pallone: era un gioco semplice. Il primo vero sole calava sbieco sul cortile. Giusto qualche raro velo d’ombra condonava la terra. I bambini erano già sudati, le loro canottiere già lerce. Per la prima volta il pallone schizzò dove Giuseppe non riuscì a ribatterlo. E rotolò. Lungo il cortile, svelto. Per fermarsi alle porte dell’oratorio. Di lì venne fuori la tonaca nera di Padre Antonio, e al suo seguito un ragazzo. Era uno che Giuseppe non aveva mai visto. Era alto, magro, chiaro di capelli e di carnagione, dai tratti dolci e quasi muliebri. – Palla! – chiamò Giuseppe, senza ricevere in risposta che un invito ad avvicinarsi. Qualcosa nella postura del parroco gli mise inquietudine. Era diritta, obbligata, quasi militare. Nondimeno avanzò, e gli fu presto di fronte. – Lui è Andrea, – disse il parroco. Il ragazzo chiaro gli porse la mano. Giuseppe, diffidente, la strinse. Il parroco aggiunse: – C’è qualcosa che vorrei che faceste insieme. Lungo i corridoi dell’oratorio scorreva un’aria fresca e frizzantina, come un vento che soffiava dall’interno. Giuseppe sentì rizzarsi i peli delle braccia. Sentì che l’estate, appena cominciata, fra quelle mure già faticasse.
6 – Là sotto è come un museo, – spiegò Padre Antonio, che faceva strada, – Roba che si è accumulata negli anni… anche di un discreto valore, ma che sta lì a prendere polvere. Sicuramente da qualche parte c’è chi sa cosa farsene meglio di noialtri, dico io. La diocesi ha mandato un archivista. Dovrebbe essere qui a breve. Dovrebbe… catalogare la roba. Sì, insomma, cose di cui io non mi intendo. Comunque, vorrei che gli deste una mano. Al termine del corridoio c’era una porta. Per quanto Giuseppe ricordasse, era stata sempre chiusa. Ora il parroco estraeva una piccola chiave dalla tasca della tonaca. Giocava un poco con la serratura, ed ecco che rivelava un ultimo tratto di corridoio. Sicché regnava una fosca penombra, Giuseppe intuì il solco delle scale solo quando gli furono a pochi passi. Erano scale a chiocciola, che dalla penombra scendevano rette nell’oscurità più profonda. Il parroco farfugliò: – Deve esserci un interruttore, qui da qualche parte… Ah, eccolo! Una scia di piccole luci brillò allora singhiozzante. Suggerì la via, e il fondo. Padre Antonio cominciò la discesa, e così i due ragazzi che, seppur esitanti, fecero ancora eco ai suoi passi. – C’è una galleria, qua giù, – seguitò il parroco, procedendo cauto lungo la vecchia struttura in ferro – Collega l’oratorio alla chiesa. Nulla di troppo segreto, ma evitate di farne parola coi bambini… Dovete sapere, ragazzi, che durante la guerra la gente di queste parti cominciò a portare in chiesa della roba. Libri, gioielli, fotografie… Erano convinti che qui sarebbero stati più al sicuro. Si interruppe in una breve risata. Poi riprese: – Il prete d’allora provò a spiegare che sotto i bombardamenti le chiese fossero le prime a crollare. Ma nulla, non sentirono ragioni. Credevano forse che le bombe avrebbero risparmiato la casa di Dio, o che Dio avrebbe badato alla Sua casa più che alla loro. Furono nel sotterraneo. Si trovarono di fronte a pochi scaffali. E di lato ritrovarono un buio denso. Poi il parroco spinse un altro interruttore e si fece luce sulla galleria. Metri e metri di scaffali, taluni semivuoti, altri rigonfi di scartoffie e suppellettili. – Hanno avuto ragione, – osservò Andrea.
7 – Sì, – disse il parroco. – Tutte ste cose le hanno portate durante la guerra? – chiese allora Giuseppe, incredulo. Padre Antonio sospirò. – Non tutto, certamente. Nel mezzo ci sono un secolo di piccole donazioni, documenti e altre cose così. Se ne occuperà l’archivista. Voi fate semplicemente quello che vi dice. Aveva già un piede sul primo scalino, quando la voce di Giuseppe tornò a fermarlo. – Perché non sono tornati a prendersele? Queste cose, dico… perché sono ancora tutte qua? – Eh… – rispose il parroco. – O sono morti… o non avevano più una casa… o semplicemente se ne sono disinteressati. Chissà cosa passa nella testa della gente in tempo di guerra… In ogni caso, erano convinti che fossero in un posto sicuro. Adesso basta domande. Mi raccomando, fate quello che vi dice l’archivista. Sarà qui a breve. Questa è una copia della chiave, per la porta di su. Chiudetela sempre, mi raccomando. E se avete bisogno… chiedete all’archivista. Quindi si dileguò, lasciandosi dietro il rumore dei passi, via via sempre più tenue. Quando questo cessò, Giuseppe si rivolse ad Andrea: – Sarà andato a minarsela da qualche parte. Non preoccuparti di lui, andiamo a prenderci un caffè qui di fronte. Senza badare troppo alla furtività, risalirono le scale, percorsero i corridoi, e riabbracciarono l’afa. Poi oltrepassarono i confini dell’oratorio, per approdare al bar dall’altra parte della strada e ordinare due caffè. – Che scassamento di minchia… – farfugliò Giuseppe, sorseggiando l’amaro intruglio. – Tu com’è che lo fai? – Gli chiese Andrea. – Che intendi? – Com’è che ti accolli sta’ seccatura? – Potrei farti la stessa domanda.
8 – A me costringe mio padre. È il notaio che si occupa della donazione. È amico del parroco. Dice che non c’è modo che io passi l’estate con le mani in mano. In realtà, ce l’ha solo con me. – Come mai? Se posso chiedere… – Perché… – titubò Andrea, – forse perché sono più preso dalle cose che mi piace fare che da quelle che dovrei fare. – Tipo studiare per diventare notaio? – No, no… Io, fra alti e bassi, faccio ancora il ginnasio. Sto all’ultimo anno. Mio fratello: lui fa giurisprudenza. Sarà lui ad ereditare l’attività di mio padre. A dire il vero, è un sollievo. – Lo capisco, – disse Giuseppe, sarcastico. – Lavoro duro e paga da fame… Andrea sorrise imbarazzato. Spiegò: – È solo che vorrei fare altro nella vita. – Ad esempio? – Mi piacciono le fotografie. Cioè, mi piace farle. – Da queste parti da fotografare avrai giusto le macerie. – Non conto certo di restare qui per sempre. – Te lo auguro. Andrea annuì. Chiese un bicchiere d’acqua. Disse che era per sciacquare la bocca. Giuseppe non si capacitò che qualcuno volesse togliersi dalla bocca il sapore del caffè. Assorto da questo pensiero, non distinse le parole che adesso gli venivano rivolte. – Cosa? – fece, esortando Andrea a ripetere. – Dicevo… Non mi hai più risposto, prima. Sul perché lo fai. – Servizio civile, – disse seccamente – Obiezione di coscienza, per motivi etici. Non volevo fare il militare. Andrea tacque. Forse in cuor suo seppe che non ci fossero più domande da fare. Giuseppe ingollò l’ultima goccia di caffè, poi disse:
9 – Possiamo andare. Riattraversarono la strada, rientrarono in oratorio e ne ripercorsero i corridoi. Ridiscesero le scale, e sentirono che un profumo nuovo si mescolava al puzzo agre di clausura. Giuseppe lo aveva già riconosciuto, ma comunque attese il riscontro inopinabile degli occhi. Non fu un’attesa lunga, ché non appena approdò nel sotterraneo vide la donna. Era giovane. Il rumore dei suoi tacchi rimbombava sulle pareti della galleria. Di lei pensò che non fosse molto bella. Si soffermò sul suo viso, incorniciato da indomite ciocche fulve. Notò gli occhi assonnati, fra il verde e il castano, poi la bocca sottile, quasi un taglio, e il naso leggermente aquilino. No, forse non era molto bella, ma non seppe smettere di guardarla. Si presentarono. La donna disse di chiamarsi Teresa. Disse che non sapeva di avere a disposizione un paio di aiutanti, che era pronta a fare tutto il lavoro da sola. Giuseppe ne fu stizzito. Forse non si toglievano dieci anni. – Sei bellissimo, – disse teneramente la donna. E lo disse guardando negli occhi di Andrea. Andrea divenne paonazzo. Sorrise nervoso. Forse mise le labbra in modo da rispondere “Grazie”, ma non lo fece. Giuseppe finse noncuranza. Teresa non fu di molte altre parole. Presto cominciarono a lavorare. Loro, gli aiutanti, che smistavano la roba, la riponevano dove indicato, soffiavano via polvere e ragnatele; lei, sovrintendente, compilava moduli. Il tempo macinò pigramente, ché l’ora di pranzo arrivò quando già pareva che non dovesse arrivare mai. Allora Teresa disse che per quel giorno avevano finito. – Quanto ci vorrà? – chiese Giuseppe, scorato. – Due settimane, – rispose la donna. – Se tutto va bene. Camminarono insieme fino alle porte dell’oratorio. Teresa li salutò. Per un attimo sembrò voler baciarli sulla guancia, ma si ritrasse, e disse semplicemente “A domani”. Poi si mescolò all’esodo dei bambini, che a quell’ora facevano per rincasare.
10 – Aspetti qualcuno? – chiese Andrea. – No, – rispose Giuseppe. – Poi qui ho ancora da fare. Tu? – No… In effetti non sapevo quando avremmo finito. Da domani dirò a mio fratello di farsi trovare qui con la moto. – Notaio e motociclista… Le femmine gli correranno dietro, – scherzò Giuseppe. – Immagino di sì, – ammise Andrea, con un lieve imbarazzo. Poi divisero le strade, e Giuseppe mise a cercare Padre Antonio. Lo trovò in cortile, in piedi di fronte al sacello. – Due settimane, – esordì, raggiungendolo, – Certo ca’ mi futtisti buono, Padre. – Piano con le parole… siamo davanti alla Madonnuzza, – lo ammonì il parroco, bonariamente. – E poi che sono mai due settimane? C’hai ancora cinque mesi da farti qua, mica puoi stare sempre a jucàre chi picciriddi! – È una donna, comunque. – Chi? – L’archivista. – E com’è? Biedda? – Mah… E poi a tia chi ti nni futti? – Parrino sugnu, mica finocchio! – Vabbuò, me la devi firmare la giornata? – E amunì… Si accompagnarono nell’ufficio del parroco. E il parroco tirò fuori un registro, e una penna. Compilò la riga della giornata, firmò dove richiesto, poi lasciò che Giuseppe facesse ugualmente. Gli disse: – Ma sei ancora sicuro di quella cosa? Guarda che poi le femmine te le puoi scordare. – Parrino… – lo scimmiottò il ragazzo, – mica finocchio. Poi si dileguò accennando un saluto.
11 La direzione delle ombre era ormai cambiata. La strada, poco prima vivace, languiva adesso in una stasi desolante. Giuseppe si diresse al solito bar, per mangiare il solito boccone, terminare con il solito caffè. Vide Teresa all’angolo della strada. Si chiese cosa ci facesse. Soppresse l’iniziale istinto, forse il desiderio, di raggiungerla. La vide ferma, stretta nelle spalle. Gli parve una bestiola impaurita, tremante sotto il sole cocente. Pensò che se i loro sguardi si fossero trovati, allora avrebbero fatto in modo di raggiungersi. E se si fossero raggiunti le avrebbe chiesto della sua tristezza. Ma la donna fissò ostinatamente il vuoto, e in ultimo su di lui l’ebbe vinta la fame. Il giorno seguente, Andrea portava al collo la macchina fotografica. Aspettavano Teresa sul ciglio delle scale, e Giuseppe gli chiese: – Che hai da fotografare? – È stata Teresa a dirmi di portarla, – rispose Andrea, – dice che può essere utile. – E quando te l’ha detto? – Ieri. Poco dopo che ci siamo salutati. L’ho rincontrata all’angolo della strada. Abbiamo parlato un po’. Aspettava suo marito, perciò… – Suo marito? – Lo interruppe Giuseppe. – Sì. Suo marito, – ribadì Andrea, salvo specificare – Credo che lo fosse. – Ed è arrivato? – Beh… sì, – fece Andrea – Credo di sì. Si stava facendo tardi, ed ero un po’ di fretta. Un frastuono di tacchi annunciò l’arrivo di Teresa. Per Giuseppe fu il mistero che veniva a tamburellare sulla sua mente. Presto furono riuniti. E Teresa sollevò la macchina fotografica dal collo di Andrea. La rigirò fra le mani, soddisfatta. Poi guardò il ragazzo e disse: – Che viso bello che c’hai… Giuseppe vide che non portava anelli. Gli aliti caldi, quell’oggi, finirono per insinuarsi nel sotterraneo. Così il lavoro non era pesante, ma stancava. Talvolta, trovato un oggetto di particolare interesse, Teresa chiedeva ad Andrea di scattarne
12 un’istantanea. Spiegò che l’avrebbe usata più avanti, per fare un raffronto con altro materiale già in archivio. Giuseppe non si sforzò di capirne di più. Era alle prese con uno scaffale di vecchie carte. La polvere cominciava a bruciargli negli occhi, e lungi era dal curarsi di ciò che si trovava di fronte. Fu allora per caso che fra i volumi anonimi rinvenne una strana edizione della Bibbia. Vide che la rilegatura era solida, e l’esterno era intatto, di pelle bruna, decorato in oro. Chiamò Teresa per averne una perizia. – Ecco qualcosa che qua non dovrebbe proprio starci, – commentò la donna dopo una breve occhiata. – Una Bibbia? – fece Giuseppe, perplesso. – Non una Bibbia qualsiasi, – lo corresse, cogliendo il libro dalle sue mani, – una Diodati, una Bibbia protestante. Devi ammettere che nell’archivio di una chiesa cattolica c’entra poco. Poi ne indagò le prime pagine, e risolse: – Come pensavo. È un’edizione del 1917. È ben tenuta, ma… non vale nulla. – Allora perché l’hanno conservata? – chiese il ragazzo. – Perché… – rispose Teresa, senza intenzione di rispondere, – perché conservare è importante. Scoccava, puntuale, l’ora di pranzo. Giuseppe e Andrea s’accompagnavano all’uscita dell’oratorio. Teresa li precedeva di pochi passi. Avevano appena ritrovato l’aria aperta, quando videro che la donna si arrestava, e faceva per tornare verso di loro. – Dammi la macchina fotografica, – disse ad Andrea. – Perché? – Su, – lo esortò, – dammi. Ottenuto quanto richiesto, indietreggiò. Disse: – Abbracciatevi e sorridete. Avanti! I ragazzi si scambiarono uno sguardo d’intesa. Si abbracciarono. Sui loro volti nacque spontaneo un sorriso. La macchina scattò, e subito rigurgitò l’istantanea. Teresa l’agitò. Poi, quando l’immagine cominciò ad emergere, la porse a Giuseppe. Disse:
13 – Conservala. Conservare è importante. Non si può fare per sempre ma…si fa finché si può. Da quel momento, il tempo cambiò passo. Assomigliò al pallone che schizzava lontano, dove Giuseppe non lo raggiungeva. Rotolava, e ancora e ancora, senza che nulla e nessuno lo restituisse. Presto fu una settimana. Ormai il grande caos degli scaffali era dimidiato. Di quella galleria si scorgeva quasi il fondo. Giuseppe fu sorpreso di non attenderlo. Ogni giorno, all’ora di pranzo, accompagnava Andrea all’uscita. Lo vedeva montare sulla moto del fratello, e sparire nel traffico. Di là c’era Teresa, che discreta scendeva in strada per fermarsi al solito angolo. Allora, di ritorno dall’ufficio del parroco, quel giorno decise di raggiungerla. – Ciao, – le disse, sorridendo. – Ciao, – ricambiò lei, senza ricambiare il sorriso. – Aspetti tuo marito? – Sì. – Sarà qui a breve? – Sì. Era stretta nelle spalle. Era come la prima volta. Occupava quell’angolo, quello spazio minuscolo intorno a sé, e non ne chiedeva altro. Giuseppe le chiese: – Va tutto bene? Teresa non rispose. Distolse lo sguardo. Lo rivolse a quello che Giuseppe aveva creduto il vuoto, che invece era un punto ben definito dall’altra parte della strada. Un portone: l’entrata di una palazzina di pochi piani. Ne venne fuori un uomo. Era ben vestito, ma spettinato. Dal primo balcone della palazzina si affacciò una ragazza. L’uomo le mandò un bacio. Lei contraccambiò. – Giuseppe, – fece d’un tratto Teresa, fissa sulla scena, – Tu credi in Dio? – Sì, – disse Giuseppe. – Credi che abbia un disegno per tutti noi? – Non lo so.
14 – Credi che la Sua mano sia dietro a ogni cosa? – Non è detto che Dio sappia sempre quello che fa. Un breve sogghigno sfuggì da quel taglio che era la bocca di Teresa. Giuseppe la vide annuire, forse concordare, e aprire le spalle. – Scusami, – gli disse, – adesso devo andare. I giorni che seguirono non furono diversi da quelli che erano già trascorsi. E non ebbero meno fretta di trascorrere. Ciò che fino a poco tempo prima riempiva gli scaffali, adesso riempiva gli scatoloni. Teresa disse che presto sarebbero venuti degli operai per traslocarli. Disse che ormai era fatta. Giuseppe la vedeva sorridere, ma non dimenticava che dietro quei sorrisi ci fosse un mistero. Allora continuava a cercarla in quell’angolo di strada, ma senza trovarla. In qualche modo si rassegnò al pensiero che, terminati i lavori, non l’avrebbe rivista mai più. Sarebbe stato doloroso, ma sarebbe stato nell’ordine delle cose. Di lei avrebbe conservato il ricordo. E cos’altro c’era da conservare? – Il penultimo giorno… – disse il prete – Vennero gli operai. Fu il giorno che… Tuo fratello… – Sì, – fece sereno il notaio. – Fu quel giorno. Ancora il prete venne piegato da un accesso di tosse. Guardò la Bibbia. Poi le tazzine vuote. Quando riprese a parlare, parve farlo fra sé: – Teresa non era bella, no… non lo era. La conoscevo così poco… Mi innamorai di lei, ma non perché era bella. Mi innamorai… Mi innamorai della sua tristezza. – Giuse’, – lo appellò il notaio, quasi a ridestarlo – Lo so. Ne ero innamorato anch’io. Passò discreto un lasso di silenzio. Loro lo lasciarono passare. Era per colmare quei vuoti che sempre rimangono fra una parola e l’altra. Allora il notaio si strofinò gli occhi. Fece un sorso di saliva e disse: – Avanti, Giuse’. Aspettare non ha più senso.
15 Il prete annuì. Colse la Bibbia e la tenne in mano. Ne carezzò la pelle bruna e ruvida, e gli parve di carezzare quella bianca e liscia di Teresa. Gli parve di tornare alla galleria, ormai svuotata. E la rivide: lei, amata immortale. Che tornava a baciarlo, finalmente, e dalle guance scendeva al collo, e dal collo risaliva alle labbra. Risentì il suo fiato, caldo, ansante. E il riverbero della galleria, che quel fiato faceva somigliare a folate di vento. – La desideravo, – ammise, – ma mai avrei pensato di possederla. Era ora pranzo. Non c’era davvero più nessuno. Non c’eri tu. C’era… questa enorme cappa di solitudine. Non so… Ho passato la vita a chiedermi perché. Perché mi fossi ritrovato… segnato, così profondamente… da quella donna che conoscevo così poco. Non so. Forse era solo scritto da qualche parte. Il notaio riemerse dal fosco del suo viso. Il prete continuò: – Tornai alla galleria ancora un’altra volta, il mattino seguente. Avevo saputo di tuo fratello, e a Teresa pensavo poco. Però pensavo che avremmo parlato. Che ci saremmo detti che era stato un errore, e sarebbe finita lì. – Invece? – Invece non la trovai. Per terra, in mezzo alla galleria, c’era solo questo libro. La Bibbia di Diodati. Era aperto sulla prima pagina. La prima, dopo il frontespizio. Lessi la firma di Teresa, poi quello che aveva scritto. – Le parole nella Diodati… – rimuginò il notaio. – Era la sua tristezza, Andre’. Erano poche righe, ed era… tutto il male di quella donna. Il notaio balzò in piedi. Camminò da un capo all’altro della stanza, poi tornò indietro. Scosse la testa, confuso. – Vieni, Andre’. Abbiamo quasi finito, – lo incoraggiò il prete. Avvilito, il notaio tornò a sedere. Ascoltò il prete che riprendeva: – La rividi, Teresa. Dieci anni più tardi. Avevo appena preso il diaconato. Aspettavo Padre Antonio, fuori dalla cattedrale. Era Giovedì Santo, c’era il ritiro degli Oli. C’era… un bambino, lì, nello
16 spiazzo. Giocava a pallone. Lo calciava contro il muro, e lo prendeva al volo quando gli tornava indietro. – Dove vuoi arrivare? – sbottò il notaio, impaziente. Il prete lo ignorò, e anzi rinvigorì la voce: – Insomma, – proseguì, – ad un certo punto questo pallone gli sfuggì. Finì ai miei piedi, e il bambino venne per averlo restituito. Allora la sentii. La voce di Teresa. Alzai gli occhi ed era lì. La guardai. Lei mi guardò. Restammo immobili, un momento. Lei non era… Lei non aveva più quella tristezza. Riprese per mano il bambino, e se ne andò. Non ci dicemmo una parola… Ma io capii tutto. – Cosa? – lo interrogò il notaio, – Cosa capisti? – Che se avessi guardato bene negli occhi di quel bambino… ci avrei riconosciuto i miei. Un vuoto si spalancò sotto i piedi del notaio. Neppure il silenzio valse a colmarlo. Il prete, se avesse potuto sentirlo, lo avrebbe chiamato di fede. Perché così lo aveva chiamato Padre Antonio quando, confessatogli il rimpianto della vita mai vissuta, lo aveva convinto a continuare la carriera ecclesiastica. “Ti tirasti sempre indietro a tutto, figghiuzzu mio…” gli aveva detto, “Adesso ti pareva di avere trovato la strada, e già la vo’ lassari?”. – Quando morirò, – dichiarò il prete, consegnando la Bibbia al notaio, – Rosalia gli manderà una lettera. Lui verrà da te, si farà riconoscere, e tu gli darai la verità che è qui dentro. Allora il notaio si chinò sulla valigetta. La aprì. Ne tirò fuori dei fascicoli, poi una busta. Serbò la pagina nella busta, e compilò i fascicoli. Chiese al prete di firmare. – Sai Giuse’, – gli disse, – Anch’io ho passato la vita a domandarmi qualcosa. Mi sono domandato: “Cosa sarebbe stato se mio fratello si fosse fermato prima di quell’incrocio? Dove sarei? Cosa farei adesso?”. Certe volte non me ne do pace. Eppure, Giuse’… Forse è vero. Forse è vero che era solo scritto da qualche parte.
17 Poi risistemò ogni cosa nella valigetta: le pratiche erano state sbrigate. Mise la Bibbia sottobraccio, e baciò il prete sulla fronte. Accolse le ultime parole di quella lunga amicizia, pronunciate nel più tenero vernacolo, fra gli abbai disperati della malattia: – Sarvala, Andre’. Ca’ sarvari è importante… La porta si richiuse cigolando alle sue spalle. Vide Rosalia, piccola e curva, attendere cheta nel soggiorno. Le porse un breve saluto, e la invitò a non scomodarsi. Allora riprese la via delle scale, poi quella per il suo ufficio. Una volta giuntovi, sciolse il nodo della cravatta. Respirò di nuovo com’è bene respirare. Ripose la Bibbia sulla scrivania; la busta e i documenti negli appositi schedari. Vide la luce, quella luce limpida di settembre, scemare dietro il manto d’autunno. Allora sedette di fronte alla Bibbia. La aprì sul frontespizio. Strinse fra le dita l’angolo della pagina, e un istante ancora non la voltò. Un istante ancora per rammentare a sé stesso che fosse lavoro, e che il lavoro fosse solo l’eco di un’irrimediabilità. Tese la pagina verso l’esterno. Sorrise, e in un colpo secco la strappò.
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