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PREMIO CAMPIELLO‌ GIOVANI 2026‌ SELEZIONE DELLA‌ CINQUINA FINALISTA‌ IL RE DI VETRO‌‌ DI VINCENZO CARLO SAVOCA

1 21 maggio 1420, Cattedrale di Troyes Il vescovo si sbracciava, e domandava agitato alle milizie di cacciare quel pazzo, che già si sporgeva dal lato sinistro del campanile. Era un equilibrista, e minacciava di mettersi a camminare sulla corda sottilissima tesa fra la torre e una delle guglie della cattedrale. Erano stati i suoi schiamazzi a distrarre il vescovo, che si era recato sul sagrato per accogliere il drappello reale. La coltre di nebbia che li aveva ammantati per tutto il tragitto cominciò proprio allora a sfumare, e così il re riuscì a intravedere quella scena. Poco tempo dopo la lettiga giunse dinanzi al portale, e Sua Maestà fu invitato a scendere. Stare all’in piedi gli costava oramai da tempo un sacrificio enorme, e ogni volta che incedeva di un passo sulla strada sterrata sentiva le gambe attraversate da fitte lancinanti. Sotto la tunica in velluto di seta blu, il bustino dalle costole di metallo gli gravava sui fianchi e gli comprimeva lo stomaco, tanto che per tutto il viaggio aveva respirato a fatica. Solamente allora, i gesti inquieti del prelato lo distrassero da quel dolore. Quello guardava ancora verso la torre campanaria, le mani sui fianchi che increspavano il tessuto candido della talare. Sembrava non essersi accorto del suo arrivo. Così, incuriosito, il re alzò lo sguardo, e tentò di distinguere quella figura che aveva tanto catturato l’attenzione del reverendo. Ciò che riuscì a scorgere fu effettivamente, sullo sfondo plumbeo del cielo, una figura scura e sfocata, che faceva penzolare una gambetta a mezz’aria, appena fuori da una loggia a sud-est. Stringeva il manico di un oggetto la cui forma era simile a quella di una bandierina di legno, e lo agitava sferzando l’aria con veemenza. Da quell’oggetto proveniva, limpido, un gracidio stridente e continuo. Fu allora come se quel suono, risvegliando qualcosa nei recessi della sua memoria, avesse reso, in quel momento, anche la sua vista un po’ più chiara. Il re si accorse di un particolare che, poco prima, gli era sfuggito. Quel tale lo stava fissando. E c’era, in quell’aspetto così insolito, qualcosa di familiare. Ogni parte nuda del suo corpo era attraversata da macchie scarlatte e da ulcere. Quando lo riconobbe, il suo volto si fece atterrito, il suo corpo si irrigidì tutto e lui, d’un tratto, si ammutolì. Rimase ancora per qualche istante con lo sguardo fisso su quella sagoma, che intanto aveva

2 preso ad agitare la mano senza dita al suo indirizzo. I lunghi capelli gli si rizzavano sulla testa. Fu quando infine quella cosa fu portata via, barbaramente, dalle milizie, che tutta l’attenzione si concentrò su di lui. Giacché vedere il re in quello stato non era di certo una novità, nessuno parve rimanerne colpito. Al contrario, la vista del re che si arrestava trasognato, in quella posa da papero, generava sempre una risata generale. Poi, d’un tratto turbati, tutti si zittirono. Vedendo che il re non accennava a muoversi, il duca Filippo di Borgogna, fattosi impaziente, aveva ordinato che fosse preso di peso da due cavalieri e portato all’interno della cattedrale. La funzione doveva avere inizio. Fu nel momento in cui videro che il re non accennava a protestare, a dimenarsi, a latrare, che una sorta di paura dilagò fra loro. Tutti sapevano che Sua Maestà non andava toccato per alcun motivo, perché ogni parte di lui – la sua pelle, la sua carne, persino i suoi organi – era estremamente labile, al pari del vetro, e se Sua Maestà fosse stato toccato con tanta imprudenza, o anche solo sfiorato da mani non degne, con tutta probabilità si sarebbe frantumato in tanti finissimi cocci, e niente di simile poteva accadere a lui, ch’era l’unto del Signore, il vicario di Dio. Era quello il motivo per cui indossava quel gravoso bustino, che il suo corpo, ora più fragile che mai, non riusciva più quasi a sorreggere. Il re fu portato fin dentro la cattedrale e i vassalli, seguiti dal corteo di dignitari, lo trascinarono lungo tutta la navata centrale. I tratti ossuti del suo viso, rivolto verso il soffitto, furono attraversati dalla luce dorata delle fiaccole che illuminavano la chiesa. Sulle guance scavate si addensavano due ombre profonde, e gli occhi, che sino ad allora aveva tenuto spalancati, erano iniettati di sangue. In quel momento, la sua mente fu come attraversata da un pensiero, una risoluzione, che gli instillò in petto una profonda angoscia: gli sembrò che, d’un tratto, ogni cosa fosse stata ricoperta da una sorta di velo. Tutto ciò che stava accadendo gli parve assumere una dimensione di sogno. Provò ad agitarsi sul trono, ma si rese conto che non riusciva a muoversi. Tentò in ogni modo di riaversi, di reagire. Poi si accorse che ogni sua forza andava man mano a mancargli, e allora si arrese a quella mollezza che si era impadronita di ogni suo arto. Aveva paura.

3 Non riuscì a dir niente quando il vescovo si schiarì la voce e, aprendo la pergamena, cominciò la lettura a gran voce. Non riuscì a dir niente quando dietro di lui soggiunsero due figure: una giovane donna di bell’aspetto, che doveva essere sua figlia Caterina, anche se lui non la conosceva, e Sua Maestà Isabella di Baviera, che un tempo pure aveva conosciuto. Allo stesso modo, non riuscì a ribellarsi quando quest’ultima giurò in suo nome, alle parole del prelato: «Carolus Sextus Dei Gratia Franciae Rex…», e siglò quel patto con il sigillo di cera gialla, che apparteneva alla sua stirpe, la grande stirpe dei Valois, di cui lui avrebbe dovuto difendere l’onore. Non riuscì a dir niente a colui che gli sedeva davanti, pronipote dell’usurpatore inglese, che più di ottant’anni prima aveva dato inizio alla guerra, ricorrendo alle leggi dei francesi come fossero sue. Sua Maestà Enrico V, del casato dei Lancaster, dimostrava un contegno diverso dal suo, pur nella sua giovinezza. A differenza sua era bello, e dal suo viso trapelava salute. Non scorse nemmeno l’ombra che premeva dietro di lui, e che aveva già tenuto a palesare il suo contegno: il duca di Borgogna, erede di colui che aveva ucciso il suo buon fratello, e che ora lo obbligava a tendere la mano all’inglese suo nemico, per sugellare quanto era stato detto. Poco tempo dopo cedeva a Sua Maestà Enrico i domini perduti degli inglesi, e, donandogli colei che doveva essere sua figlia in sposa, gli metteva in mano le sorti del suo regno. I. Ventotto anni prima A quel tempo, era ancora “il Benamato”. Mai nessuno, né fra i suoi, né fra il popolo, si sarebbe mai azzardato ad appellarlo come un folle, poiché nel tempo del suo governo egli s’era sempre dimostrato magnanimo e assennato. Credeva fosse stato suo padre a trasmettergli queste virtù, il buon re Carlo V, che sarebbe stato ricordato in eterno come “il Saggio”. E anzi, si era risolto persino che lo Stato non avesse mai avuto vita migliore prima del suo regno, soprattutto in tempo di guerra. Non appena aveva acquisito la sua corona legittima, aveva troncato ogni tassa gravosa imposta dagli zii – i duchi

4 di Borgogna, di Berry, d’Angiò e di Borbone –, i quali per anni avevano governato in suo nome, date la sua giovinezza e la sua inesperienza. Così aveva finito per guadagnarsi la fiducia non solo del popolo, ma anche dei funzionari, dei magistrati e degli uomini di legge. Sicché per tutti era diventato Carlo VI il Benamato, re di Francia, dell’illustre casato di Valois. E poiché egli teneva a dare riconferma della sua nomina, era solito ornarsi di azioni giuste. Accadde che, una mattina dei primi di luglio, nel 1392, il re si ritrovasse a dover vendicare un tentativo di attentato nei confronti del connestabile, messere Olivier de Clisson. Il re era rimasto turbato quando, proprio mentre soccorreva il connestabile, egli gli aveva confessato che ad aggredirlo era stato un tale di nome Pierre de Craon, il quale era stato mandato nientemeno che dal duca di Bretagna. Così, mentre già marciava verso Bretagna col proposito di far cadere il duca, si ritrovò disperso, insieme al suo seguito, in una fitta foresta nei pressi di Le Mans. Il sole di mezzogiorno filtrava tra i rami delle conifere, e sotto l’armatura il re pativa l’umidità. Quel sentimento di insofferenza per il caldo si mescolava a un’altra sensazione, molto più spiacevole, che egli, si era reso conto, provava ormai da giorni. Aveva fatto tappa a Montague, a Saint-Germain e a Chartres, e ogni notte i suoi sogni erano tormentati da un’immagine agghiacciante. Era l’immagine di messere Olivier, disarcionato dal suo cavallo, che giaceva in una pozza di sangue sul lastrico di Rue Sainte-Catherine, poco lontano dal palazzo reale. Era notte fonda, e aveva appena lasciato la festa organizzata dal re in persona per il Corpus Domini. Era rimasto talmente scosso da quel fatto che aveva cominciato a montare in lui la preoccupazione che un episodio del genere sarebbe potuto capitare anche a lui, un giorno o l’altro. Così riusciva a dormire solo per un paio d’ore a notte, e una profonda fiacchezza e ansia lo accompagnavano in ogni suo spostamento. Ora che si trovava in quella foresta, né la presenza del suo buon fratello Luigi né quella del connestabile in persona, in ottima salute, riuscivano a confortarlo. Se Charlemagne – così si chiamava l’Andaluso dal manto bianco – pestava un rametto, o se gli capitava di avvertire un minimo rumore nel sottobosco, il re cominciava ad agitarsi, volgendo lo sguardo da ogni parte,

5 inquieto. Aveva, insomma, la netta sensazione che in quella foresta si celasse qualcosa di pericoloso, che da un momento all’altro sarebbe potuto sbucare tra le querce dalle ombre lunghe e curve. Fu quando si sentì picchiettare su una spalla, che il re trasalì. «Sire? Ditemi, cosa vi tiene tanto in apprensione?», esordì il connestabile. Con tutta probabilità il suo buon amico s’era accorto del suo turbamento, e allora non aveva esitato a portarsi alla testa della carovana. Sulla guancia destra, la tumefazione violacea che si era fatto cadendo da cavallo non gli era ancora sparita del tutto. Il re si rimise dritto sulla sella e si sistemò il bacinetto scarlatto sulla testa. Poi, riacquisendo l’espressione austera, si rivolse al connestabile: «Cugino mio,» disse, «ti confido che il pensiero dell’impresa che vado a compiere turba da tempo il mio sonno. Dunque mi capita di assopirmi in groppa al mio destriero, e di riscuotermi all’improvviso, per timore che la mia compagnia sia minacciata da certi briganti, che son soliti assalire le carovane». Allora si fermò, rivolse lo sguardo avanti e spronò un po’ il cavallo: «Ma è ora di lasciar perdere tali preoccupazioni. Se ci affrettiamo, arriveremo in Bretagna prima di sera», e così troncò quella conversazione. Proseguirono per circa seicento aune lungo la fitta boscaglia. C’era, nell’aria, il gracchiare insistente delle ghiandaie. Le cicale frinivano. Il re cercò di non dare a vedere che stava tremando. Brividi gelidi gli percorrevano la schiena. La fronte era imperlata di sudore, la vista torbida, e nelle orecchie, mescolato ai suoni del bosco, gli rombava il battito incontrollato del suo cuore. Stava per ordinare alla compagnia di volgersi verso un corso d’acqua dove riposarsi, quando un suono si fece più forte degli altri. Era simile al verso delle ghiandaie, ma più roco. Era un grido, che squarciava l’aria. Il re si coprì le orecchie con le mani guantate, si abbassò sulla criniera del cavallo, tentò di sprofondarvi per non sentire più quel frastuono insopportabile. Gli uccelli si erano levati in volo, scuotendo le chiome delle querce. Allora, quell’urlo cessò, e ci fu solo il fruscio delle foglie. Qualcosa – o, meglio, qualcuno – cominciò a correre nella boscaglia, inseguito da uno stridore sconosciuto e angosciante. Il re, preso da un capogiro, riuscì a distinguere una figura, vestita di un

6 cencio. Fu un attimo. L’uomo vestito di stracci venne fuori dalla foresta, si gettò ai piedi del cavallo bianco e prese a strattonare la gamba del re. Teneva per il manico una raganella, che continuava a far vorticare come un ossesso. In quel gracidio acuto, il re riuscì a distinguere le sue parole disperate: «Re, non procedere oltre! Non ti fidare di chi ti accompagna. In nome di Dio, te lo dico in nome di Dio! Qualcuno dei tuoi ti ha tradito!» Lo sconosciuto gridava e piangeva. Il re rivolse lo sguardo appannato verso il basso. E nel suo sguardo sarebbe rimasta, in eterno, l’immagine di quel volto butterato, di quelle mani senza dita, di quell’occhio bluastro che lo fissava pur non vedendolo. L’ultima cosa che distinse di lui furono i lunghi capelli, che gli ricadevano fin sotto i gomiti. Il re prese tra le mani il crocifisso, che gli ricadeva sul petto, e guardò l’immagine che vi era raffigurata sopra. Quando cercò il viso del lebbroso, lui già era sparito. Lasciò ricadere il crocifisso sull’armatura, e allora fece rivolgere il destriero verso la carovana, in attesa. Silenzio. «Avanti! Ai traditori!», gridò il re, e sguainò la spada, in nome di Dio. Si ridestò solamente quattro giorni più tardi, da quella letargia che lo aveva colto dopo essere stato disarmato dai suoi cavalieri. Al suo risveglio, credette che a presentarglisi fosse stato un sogno notturno, una di quelle apparenze ingannevoli ispirate dal diavolo. Non poteva essere stato che il Maligno a mostrargli l’immagine di sé stesso, che estraeva la punta della spada dal braccio di Luigi e, subito dopo, tornava a infilzarlo con furia, per poi disarcionarlo. Quando vide il confessore che pregava e vegliava al suo capezzale, si risolse che, forse, ciò che aveva visto era vero. Il re aveva il corpo nudo attraversato dai brividi, seppur lo avessero coperto con le spesse lenzuola di canapa. Si tastò il petto con la mano pesante, in cerca del crocifisso. Quando si accorse di non averlo, fece per chiedere al confessore di fornirglielo. Ciononostante, dalla sua bocca non uscì alcun suono. Provò di nuovo, ma non uscì altro che un sibilo tirato. Il re si dimenò sotto le coperte, cercando di richiamare l’attenzione del reverendo, ma ben presto le braccia e le gambe gli si

7 fecero molli. Solo quando il confessore terminò di recitare l’oratio pro infirmis, il re incontrò il suo sguardo. «Sire!», esclamò il sacerdote. Non si curò nemmeno del fatto che il re volesse domandargli del suo crocifisso. Si rivolse a un’altra figura, che stava all’altro capo della stanza: «Mastro Guglielmo, guardate Sua Maestà! S’è svegliato!», disse. Il medico si avvicinò al baldacchino. Portava una bottiglia in cui pareva ribollire uno strano liquido nero e denso. «Bentornato tra noi, Sire. Bevete questo elisir, e vedrete che i rimedi saranno subito visibili», disse, e lo obbligò a mandar giù tre cucchiai di quello sciroppo amaro. Poi tornò al suo posto, e il confessore si rimise a pregare. Accanto a lui, una finestra dava a est. Era mattina, e il sole spandeva una luce pallida attraverso le nuvole. Riconobbe, più sotto, il fiume Oise, che rifletteva quel bagliore sulle sue acque salubri e terse. Lo avevano portato nella sua residenza a Creil. Il re rimase a guardare quella luce, che man mano scompariva sopra la finestra. Rimase assorto per un tempo che parve interminabile, interrotto soltanto dal medico, che gli propinò il suo sciroppo disgustoso altre due volte. Alla fine, il giorno aveva lasciato spazio a un cielo di luna piena vispo di stelle. Vi era, nella luna di quella notte, un influsso che lo fece sentire infinitamente tranquillo. Lo considerò una promessa di guarigione, da quel colpo che gli era stato inferto dal demonio. Il giorno dopo, fu stupito di ritrovarsi in piene forze. Allo stesso modo reagirono il confessore e il medico, il quale aveva già provveduto a imbottigliare una dozzina di ampolle con la sua pozione. Il re ordinò che gli fosse preparato un bagno caldo e, una volta vestiti gli abiti regali, chiese che uno dei suoi cavalieri d’onore fosse portato nei suoi appartamenti. Nella camera blu, interrogò il gentiluomo su cosa fosse successo quel giorno. Gli raccontò della spedizione, del lebbroso ch’era sbucato fra gli alberi – allora strinse il crocifisso, che gli era stato restituito –, del momento in cui lui aveva sguainato la spada. Il re, a quel punto, lo bloccò.

8 «Cugino, invece di discorrere di questa faccenda, era nostra preoccupazione chiederti cosa ne sia stato del nostro buon fratello Luigi e di messere il connestabile de Clisson», disse. Il cavaliere si schiarì la voce, e proferì: «Il vostro buon fratello è stato portato presso la sua residenza a palazzo d’Orléans, subito dopo l’accaduto». Intrecciò le mani come per farle smettere di tremare, poi continuò: «Quanto a messere il connestabile, costui è fuggito. Si è rivolto verso Bretagna, ma di lui non si ha traccia». Con il volto rosso per la rabbia, il re balzò in piedi e percorse a lunghi passi il perimetro della camera blu: «Ben lo sapevo, per la cuffia di Dio! Costui ha osato tradirmi e indurmi a compiere quell’atto istigato dal demonio! Per cui, ne farei pegno d’onore, ora fra i miei fedeli mi si considera un folle, invasato dal Maligno. Figlio di una puttana! Ma badi che pagherà il fio della sua offesa! Anzitutto…». Poco dopo, Olivier de Clisson era condannato in contumacia a essere privato del suo incarico e bandito, per il resto della sua vita, dal regno di Francia. La settimana successiva, mastro Guglielmo d’Harcigny giudicò le condizioni di salute del re generalmente buone. Pertanto, Sua Maestà fu trasferito nuovamente nella sua residenza a Parigi: il meraviglioso Hôtel Saint-Pol, che si trovava nella Municipalità. Vantava di quattro dimore, che si estendevano in grandezza da Rue de Nonandières all’abbazia dei Celestini e gettavano ombra da una sponda all’altra della Senna, che vi correva accanto. Oltre a quella riservata all’accoglienza degli ospiti e al gineceo, che includeva gli appartamenti di Sua Maestà Isabella, una dimora era interamente destinata ai leoni, che il re aveva fatto portare direttamente dall’Africa. Non appena ebbe preso nuovamente possesso delle sue stanze, il re volle immediatamente incontrare suo fratello. Il duca Luigi d’Orléans, ch’era stato avvisato del suo arrivo, stava proprio in quel momento scendendo da cavallo. Ad accompagnarlo erano i suoi zii.

9 Non appena il duca fece il suo ingresso nella sala di ricevimento, il re gli andò incontro: «Fratello, amico mio! Come stai?», disse accalorato, mentre già lo abbracciava con affetto e gli baciava le guance. Il duca ben presto si sciolse dalla stretta: «Non mi lamento, caro fratello», rispose. «La piaga? S’è rimarginata?» Il duca si guardò il braccio, sul punto appena sotto la spalla: «Il medico m’ha comunicato che è in via di guarigione». Tirò su col naso, poi continuò: «A questo proposito…». Il re troncò senza indugio: «Oh, evitiamo di parlar di tal materia. Piuttosto, il desinare dovrebbe essere pronto in tavola». Tutto ringalluzzito, il re fece per accompagnare il fratello nella sala del convito. Fu quando vide entrare gli zii, rigidi nelle loro corazze, che la sua emozione si spense. Li salutò con fare sbrigativo, e allora ordinò che altri quattro posti fossero aggiunti a tavola. Quando ebbero finito di desinare, i duchi si ritirarono nell’appartamento degli ospiti, cosicché potessero trascorrere lì la notte. Nonostante fosse oramai giunta l’ora in cui la regina andava a coricarsi, il re mandò un servo a chiamarla, perché venisse nella sua camera. Non appena udì i passi di Isabella che riecheggiavano per il corridoio, il re balzò tutto eccitato dalla sedia di quercia. Il ciambellano aprì la porta, e lui si ritrovò viso a viso con la regina, che stava immobile sulla soglia. La consorte portava di sbieco l’escoffion di lana, costellato di pietre preziose, in cui i capelli dorati erano raccolti a formare due creste simili a corna. Appena sotto la fascia verde, che si stringeva sotto al seno, la veste rossa si allargava e si arrotondava. «Moglie mia!» esclamò il re, e fece per abbracciarla. Fu la donna a bloccarlo con un gesto della mano. Interdetto, egli indietreggiò, e la guardò in volto. La carne pallida e liscia come acqua di fiume era increspata, al livello delle sopracciglia. Anche le labbra rosee erano contratte in una smorfia.

10 «Siete tornato, a quanto vedo», disse la regina, e lo squadrò. «Spero che vi siate riposato, durante questa lontananza da vostra moglie». Isabella gli voltò le spalle e lo lasciò, attonito, ancora appoggiato alla porta. Capì, da quel modo con cui gli si era rivolta, che era stata tenuta all’oscuro di tutto. E lui si risolse che, in fondo, era meglio così. Quella notte non riuscì a chiudere occhio. Le tende rosse del baldacchino lo soffocavano, e tra di esse gli pareva di scorgere, con la coda dell’occhio, delle ombre che passavano. Si rifugiò sotto le lenzuola, sperando di prender sonno. Poi, d’un tratto, nel silenzio frusciante di quell’ora, udì un rumore che lo fece trasalire. Toc, toc, toc. Qualcosa picchiettava sul vetro della finestra, sul lato destro del baldacchino. Premette i palmi con forza sulle orecchie e, con il corpo attraversato da un tremore agitato, si raggomitolò ancor di più su sé stesso. Toc, toc, toc, toc. Il rumore cessò. Sollevò la testa dal cuscino, e avvicinò la mano alla tenda di velluto. Poi il picchiettio ricominciò, più insistente, e lui tornò nella sua posizione. La sua mente fu attraversata da un pensiero. E se quel cane rognoso di Olivier de Clisson, nella sua fuga in Bretagna, fosse stato colto di sorpresa da una banda di briganti? Quelli, dandogli il colpo di grazia, dovevano averlo fatto cadere morto, e ora egli era tornato, sotto forma di fantasma, per continuare a tormentarlo, col proposito di farlo cadere nuovamente nella sua trappola demoniaca. Era quel bastardo che batteva sulla finestra con la punta della spada, cercando di turbare il suo sonno. “Vada all’inferno, lo spirito di quella canaglia!”, pensò il re. Aprì la tenda a sinistra, si avvicinò alla cassapanca che stava ai piedi del letto, e ne estrasse la daga più affilata che trovò. Uscì dal baldacchino e corse al centro della stanza: «Fatti avanti, se il coraggio non ti manca!». La lama baluginò alla luce della luna. L’unica cosa che vide attraverso la finestra fu però una grossa piuma, che fluttuava verso il davanzale.

11 Il re tornò sotto le lenzuola. Il cuore non cessava di martellargli in petto. Decise, per sicurezza, di riporre la daga sotto il cuscino. Pensò agli zii, che erano rimasti a pernottare nel palazzo. Quando era ancora bambino, incapace di governare, la reggenza era spettata a loro, e, nel momento in cui lui aveva rivendicato la corona legittima, si era ritrovato a dover rimettere in ordine, dalle fondamenta, il sistema delle rendite e delle gabelle. E se, informati di quell’episodio della foresta, costoro fossero venuti a fargli visita per attuare la loro congiura e tradirlo, credendolo fuori di senno; un debole? E, dato che era stato Luigi a invitarli, che il suo buon fratello fosse loro complice? No, lui gli voleva un gran bene, ne era sicuro, e non avrebbe mai compiuto un tale affronto verso di lui. E se… No, impossibile, assolutamente impossibile! Con la mente affollata da quei pensieri inquieti, finì per abbandonarsi tra le braccia di Morfeo. Il desinare è pronto in tavola. Dove sei, moglie mia? Si raffredderà, se tardi ancora. La pargoletta che porti in grembo non gradirà un pasto freddo, e allora darà di matto, si dimenerà nel tuo ventre gravido, scalcerà, e forse allora la tua pancia gonfia si gonfierà, si gonfierà, si gonfierà e si frangerà, e la creatura che galleggia dentro di te morirà, e tu con lei. È pronto, è pronto il desinare! Dove sei? Chi ti trattiene ancora nelle tue stanze? La scodella è sparita. Dinanzi a me c’è una caraffa vuota. Ho sete. Portatemi dell’acqua! Dove son tutti? A cosa è dovuto questo silenzio? Ohhh? Niente. Chi è che ora grida così forte? Sei tu, moglie mia? Arrivo, resisti ancora un poco. Non riesco ad alzarmi, mi affanno ma le forze mi mancano. Questo fragore è insopportabile! La caraffa si è rotta, i cocci si spargono sulla tavola. Tic. Tic. Tic. I miei denti cadono sulla tavola. Tic. Tic. Tic. Cosa succede alla mia carne? Cade sul terreno, in mille scampoli. Anche i miei occhi sono scivolati giù dalle orbite. Riesco ancora a vedere. C’è il mio crocifisso sul terreno. Pater noster, qui es in caelis, sanctificetur nomen tuum… Il crocifisso è sparito. Qualcuno mi guarda.

12 La mattina seguente si svegliò in un bagno di sudore, con il respiro spezzato. Il suo corpo era attraversato da crepe, da cui continuava a sgorgare abbondante il liquido scuro. La daga giaceva accanto a lui, con la punta intrisa del suo sangue. Quel giorno ordinò che gli zii fossero cacciati dal palazzo. Volle che i fabbri migliori del regno gli confezionassero un pesante bustino, fatto interamente di metallo. Solamente in quel modo, quel suo corpo fragile come vetro sarebbe stato al sicuro. II. 1393, gennaio Anche se faticava ancora a reggersi in piedi, seduto davanti alla finestra della sua camera il re aveva una buona visuale sulla piazza. Vedeva il concitato via vai della sua Parigi, con i suoi uomini e le sue comari, che alla mattina andavano a comperare il pane o le spezie. Un araldo si fece strada tra i banchi dei mercanti. Al suono della tromba, dal cui manico sventolava l’arazzo blu costellato di gigli dorati, il popolo si ammutolì. Gli uomini, le donne e i bambini di Parigi si affacciavano dai balconi, in attesa. Guardavano il buonuomo che, gonfiando il petto nella tunica rossa, si apprestava a srotolare una pergamena. Quello si schiarì la voce, e attese un istante. Poi cominciò: «Oyez, oyez, popolo di Parigi! Giunge un messaggio da Sua Eccellenza Luigi I, duca d’Orléans, in persona». Il popolo proruppe in bisbigli animati, poi, quando si accorsero che l’araldo non accennava a continuare, tutti tacquero. «Sua Eccellenza dichiara con sua grande afflizione che le condizioni di salute di Sua Maestà Carlo VI, suo buon fratello, peggiorano di giorno in giorno. Il re mostra cambiamenti d’animo frequenti, che non gli consentono di governare il suo Regno con giudizio. Fintantoché, il medico di corte ha giudicato tali manifestazioni del tutto assimilabili a uno stato di follia. Per la qual ragione, Egli decreta che, d’ora in poi, assumerà su di sé il titolo di Luogotenente Generale del Regno, nella speranza di riuscire a reggere il regno secondo la volontà di Dio.»

13 Allora richiuse il rotolo di pergamena e, dopo aver suonato nuovamente la tromba, tornò a marciare verso il palazzo reale. Quando la gran voce dell’araldo smise di riecheggiare ovattata attraverso il vetro della finestra, il re rimase assorto per un istante. Il medico, che era intento ad armeggiare sul suo banchetto da speziale, vedendolo così, finse un tono di preoccupazione: «State bene, Sire?». Poiché il re sapeva che il medico era impaziente di rifilargli il suo sciroppo, rispose: «Mastro Guglielmo, vi abbiamo già detto che siamo in ottima salute. Non lasciatevi illudere da chi dice il falso, tentando di sconquassare l’ordine del nostro regno. Tornate pure alla vostra opera». Poi parve ripensarci, e allora gli si rivolse di nuovo: «Ma prima… vi ordiniamo di andare a cercare il mastro di corte.» Si sollevò dalla sedia e, reggendosi sullo schienale affusolato, si girò verso di lui: «Ditegli che sia allestito un tendone, e che esso sia ornato degli arazzi e dei servizi migliori: questa sera si terrà un ballo. Che faccia giungere sollecita parola a tutti i convitati. Questa è la lista…» Pensò che, entro quella sera, tutte le voci che lo designavano come un demente, un incapace, un folle, sarebbero state messe a tacere, una volta per tutte. Dall’interno del tendone provenivano le risa e il parlottare delle dame e dei signori. Attraverso le tende di velluto scarlatto affiorava una luce dorata, che si allungava sull’erba, fino a posarsi sul volto del re. Ad accompagnarlo erano cinque personaggi: il conte di Nantouillet, il conte di Joigny, il conte di Foix, Messere Hugonin di Gusay e Messere Carlo di Poitiers, il buon figliolo del Conte di Valentinois. Il re pensò che, a vederli dall’esterno, nessuno li avrebbe riconosciuti. E anzi, con tutta probabilità, un povero sciagurato che fosse passato di lì avrebbe pensato d’essere capitato in mezzo alle fiere. In effetti, ciascuno di loro aveva adesso una folta peluria che gli copriva tutto il corpo, di modo che parevano quattro leoni appena usciti dalla dimora ch’era loro riservata nel castello. L’idea era stata dello scudiero Hugonin, che aveva creduto divertente improvvisare uno spettacolo speciale per quell’occasione. Il re, entusiasta per quella proposta, aveva così deciso di commissionare ai suoi

14 sarti migliori sei mantelli di pregiatissimo lino, su cui fossero appiccicati con la pece pelami d’ogni sorta. Ora, raccolti in un capannello, organizzavano la loro entrata. Il conte di Foix pareva agitato: «Sire, trovate proprio necessario portare le fiaccole mentre danziamo? E se – che il cielo non voglia! – il fuoco toccasse il pelame che portiamo addosso? Al posto che fiere, diventeremmo palle di cannone! E allora potrebbe divampare il fuoco e…». «Quanto ti preoccupi, cugino!», cercò di tranquillizzarlo il re. Poi, quando udì che la confusione dentro il tendone andava affievolendosi, si fermò. «Gli ospiti vi staranno aspettando, Sire», s’intromise il giovane Carlo di Poitiers. Il re gli diede ragione, e allora tutti e cinque si avvicinarono di soppiatto al tendone. Un araldo, vedendoli arrivare, entrò nella sala. Suonò la sua tromba, e a gran voce annunciò: «Nobles dames et preux seigneurs, Sua Maestà il re!». Al suo ingresso, il tendone riecheggiò di una fragorosa risata. Corse intorno alla sala, tra gli arazzi blu e gli abiti vivaci delle dame e dei signori. Fece un paio di piroette, poi ruggì all’indirizzo degli ospiti, e allora tutti applaudirono. Il re si risolse che quel tentativo di guadagnarsi la simpatia della corte era riuscito. Fu dopo essersi dato in un’altra piroetta che il suo sguardo incontrò quello della moglie. Al suo fianco stava seduta, un gran sorriso che le illuminava il volto vizzo, sua zia la duchessa di Berry. Decise che era il caso di salutare le due dame, e allora interruppe la sua danza. Non sapeva, però, dove riporre la fiaccola ardente. Si voltò e, vedendo il conte di Foix che, con improvvisa disinvoltura, si avvicinava saltellando su un piede, gli passò la sua fiaccola. Sorpreso dall’urlo della consorte, il re si girò verso il punto che lei indicava. Il conte aveva perso l’equilibrio, e ora le due fiaccole aveva cominciato ad ardere sul suo petto. Egli, ululando per il dolore, cercava di strapparsi il mantello di dosso. Si alzò, ma inciampò di nuovo, e allora cadde sulla spalla del giovane Carlo di Poitiers. Anche quest’ultimo si mise a correre. Il conte di Nantouillet e il conte di Joigny, che solo adesso parevano accorgersi di quella scena, tentarono invano di fuggire dal bolide

15 errante che correva verso di loro. I nobili si alzarono in piedi. Tentarono di scappare dalla tenda che stava dietro di loro, prima che anche il mantello del re fosse contagiato da quelle fiamme. Il re udì una voce gentile, che gli bisbigliava all’orecchio: «Non preoccupatevi, nipote. Ci sono io con voi». Poi, buio. Realizzò che qualcuno lo stava coprendo con qualcosa. Fu quando i suoi occhi si abituarono alla penombra che distinse una giarrettiera di nastro blu, che si stringeva attorno a una grossa coscia ruvida. Sua zia lo teneva stretto sotto la gonnella. «Sire, giunge notizia da Clermont che un gruppo di villani, guidati da un tale di nome Jacques Bonhomme, si sia riunito con i coltelli e le mazze. Costoro minacciano di insorgere contro la corte a seguito dell’accadimento dello scorso ventotto gennaio. Esso pare aver causato una certa sfiducia nei confronti della monarchia. Si dice che avanzino già verso i castelli. Mirano ad abbattere la nobiltà dalle fondamenta, a quanto sembra». Il re vide che l’araldo attendeva, ancora in ginocchio davanti al trono, una risposta. Niente. Alla fine rispose che voleva vedere suo fratello. Non disse nulla, nemmeno a lui. Si gettò ai suoi piedi e si strinse alle sue gambe, in preda ai singhiozzi. Cercò il suo abbraccio. Luigi non si mosse. Non anche tu, fratello mio. 1407, novembre Lo trovò morto proprio nel punto che gli avevano indicato, sul lastrico di Rue Vieille-du-Temple. Quando i sicari erano giunti all’incrocio con rue du Chaume, lui usciva dall’Hôtel Barbette, dove si era recato per un incontro con la regina. Lo avevano disarcionato, gli avevano conficcato una spada in testa e infine avevano riempito il suo corpo senza vita di calci e frustate. Era autunno. Non lo vedeva da quattordici anni.

16 Non volle andare ai funerali. Isabella, con la mano stretta a quella della bambina dagli occhi azzurri, tentò di convincerlo, ma lui fu irremovibile. In camera sua, qualcuno lo attendeva. Portava i lunghi capelli sciolti. Ricadevano sul vestito di velluto viola, che si increspava sul rigonfiamento del suo giovane ventre. Seduta sul pavimento, davanti al tavolino da gioco, accarezzava il levriero che, contento, agitava la coda. «Odetta!», esclamò lui, richiudendo con circospezione la porta. La fanciulla si voltò, e stette per un momento a guardarlo. Aveva gli occhi velati, e la bocca piccola e vermiglia era serrata. «Vi aspettavo, Mio Signore», disse, e finse di rimescolare il mazzo che stava al centro del tavolo. Poi continuò: «Venite, le carte sono già mescolate». Il re si accomodò davanti a lei. Cercò il suo sguardo, ma si accorse che lei continuava a guardare il mazzo, attendendo che lui estraesse la sua carta. Così alzò una piccola pila, e guardò la carta che vi stava alla base: tre di picche. Rimise a posto la piletta; poi la sua interlocutrice fece lo stesso: sei di quadri. Aspettò che lei cominciasse a distribuire le carte, a tre a tre, come era solita fare. Poi esordì: «Lo hanno ammazzato. Mio fratello, intendo. Dicono che a mandare gli assassini sia stato mio cugino Giovanni, il duca di Borgogna». Deglutì rumorosamente, e proseguì: «Io non vi ho prestato fede. Ora si celebrano le esequie. Ma io non son lì, come vedete». Odetta de Champdivers parve non voler parlare. Il re rivolse lo sguardo al tavolino. Dalla disposizione delle carte, capì che stavano giocando a piquet. Scartò una carta e, quando il gioco cominciò, lei si decise a parlare: «Siete stato savio, Mio Signore», anche lei scartò una carta. Si schiarì la voce: «Sono onorata che abbiate seguito i miei consigli. Vostro fratello Luigi non ha fatto che cercare di oscurarvi durante tutta la sua reggenza. Fu provvidenza che costui fosse ucciso, prima ch’egli potesse assumere i suoi sicari per uccidere voi». Vi fu una breve pausa, in cui gli unici rumori furono il fruscio svelto delle carte e il lamento del levriero, che continuava a grattarsi il busto ossuto.

17 «E, se vi è gradito conoscere il mio avviso,» continuò Odetta, «è stato altrettanto savio, per man vostra, non prender parte alle esequie. Conoscete le voci che circolano sul conto della consorte di vostro fratello. Si dice che costei, ecco… che la sua stirpe sia legata alle arti magiche, alle scienze occulte. Madama Valentina Visconti, lei… avrebbe potuto riversare i suoi influssi su di voi.». Solamente allora, lo guardò negli occhi. Erano d’oro e d’ambra. «Tra il popolo si vocifera che sia già accaduto, in passato». Capot. Partita chiusa. Il re si irrigidì. Nel bustino, che ormai gli aveva completamente modellato il torace, il respiro cominciò a mancargli. Lasciò cadere le carte sul tavolo, e si premette con forza le mani sulle orecchie. Uno stridio insopportabile cominciò a riecheggiare tra le pareti, anche se lei pareva non sentirlo. Era dietro di lei. Cercò di urlare, di dirle di spostarsi, di mettersi sotto il letto, come faceva lui tutte le notti in cui si presentava, di proteggersi. Provò in ogni modo, ma non riuscì neppure a schiudere la bocca. Il rumore si fece così forte che lui, per non sentirlo più, cominciò a sbattersi la testa contro il tavolino. Quel gracidio si affievolì. Poi, si spense. Gli occhi del frate erano illuminati dalla luce dorata che emanava dal turibolo. Una mano bluastra era contratta davanti al suo volto. «Exorcizo te, immunde spiritus, omnis incursio adversarii, omne phantasma, omnis legio, in nomine Domini nostri Iesu Christi...». Nella camera oscura, lei gli stava ancora accanto. III. 1413, marzo

18 Da notti, ormai, pensava alla morte. E aveva una paura straziata, della morte, del giudizio che l’avrebbe atteso una volta giunto davanti al tribunale celeste. Prima di coricarsi, alla fine dell’inverno, vegetava davanti al focolare della sua camera. Le fiamme scoppiettavano con un suono acuto, che gli sembrava l’urlo indistinto di innumerevoli voci. E, ogni volta che gli sembrava di udirle, ordinava che la sedia fosse spostata sempre più vicino al fuoco. Era un modo per comprendere cosa si provava, a essere a un passo dall’Inferno. Le voci gli sussurravano di avvicinarsi e, anche quando i brividi gli attraversavano tutto il corpo, lui non poteva fare a meno di seguirle. Fu una di quelle notti, che qualcuno spalancò la porta talmente forte che le fiamme balbettarono per un istante. Il re, colto di sorpresa, si agitò sulla sedia, e l’orlo della veste si spostò verso il fuoco quel tanto che bastava perché su di esso si accendesse una piccola fiamma. A spegnerla fu uno dei due uomini apparsi sulla soglia. Quello prese a pestare la suola appuntita della scarpa sulla tunica blu. Quando la fiamma si spense, il re rivolse lo sguardo ai due visitatori. Il primo portava un abito identico al suo; quegli occhi così simili a ciò che un tempo erano stati i suoi! Il secondo indossava una giubba blu e dorata, e portava un’ampia gorgiera di pizzo. «Vi avevo già raccomandato di tenervi lontano dal fuoco», esordì il ragazzo dagli occhi blu, digrignando i denti. Si chiamava Luigi: il nome di suo fratello. Il Delfino tolse la mano dalla spalla del re, poi se la passò sul velluto della tunica. «Vengo con messere il connestabile Carlo D’Albret per recare una notizia di massima importanza», riprese, e indicò l’uomo che gli stava dietro di un passo, il quale si irrigidì per dare mostra del suo contegno. «Lascio che sia monsignore a palesarvela». Il connestabile si avvicinò, fece un breve inchino con sussiego e cominciò a muovere la bocca tra la barba ispida e fitta: «Sire, tale notizia giunge da terra inglese», si interruppe e diede due colpi di tosse. «Enrico IV, della stirpe dei Lancaster, è morto. Le insegne regali sono passate a nuova mano: suo figlio ha assunto il titolo di novello monarca d’Inghilterra, sotto il nome di Enrico V».

19 Il connestabile terminò il suo annuncio, e attese che il re parlasse. Ciononostante, ascoltate le parole dei due uomini, egli si era infine immerso nei suoi pensieri. I suoi occhi vitrei si muovevano repentini dalle fiamme al lembo annerito della veste. C’era, in quella notizia, qualcosa che gli diede un certo sollievo. In effetti, si disse, fino a quel momento le voci lo avevano tormentato incolpandolo di qualcosa per cui lui non si era mai sentito sinceramente colpevole. E se le voci, con quella notizia, lo avessero invitato ad assumersi finalmente quella colpa giusta, e a far avverare così il suo destino di condannato? Forse, si disse ancora, se le avesse accontentate una volta per tutte, le voci si sarebbero finalmente zittite, e lui avrebbe potuto trascorrere il resto della sua esistenza in tranquillità. La sua bocca si incurvò in un sorriso assente, e così suggellò fra sé un compromesso. «Mandate un assassino ad ammazzarlo. Voglio la sua testa, prima di domani notte», sussurrò. La sua voce era strozzata, come quella di un dannato all’Inferno. 25 ottobre 1415 Bastarono due inverni affinché ogni previsione, ogni piano, andasse in frantumi. Stava arrivando. Sarebbe giunto da Nord nel giro di otto o dieci giorni. Stando a quanto gli aveva riferito l’araldo, l’esercito di cui era alla guida doveva essere rimasto saldo e pressoché illeso, quasi uguale a quando era partito. Aveva preparato ogni sua mossa a menadito. Aveva attraversato la Manica, era sbarcato in Normandia, e ad Azincourt i suoi seimila uomini d’arme ne avevano sterminati altrettanti se non più, fra i venticinquemila francesi. Il connestabile D’Albret era stato uno dei primi a morire. Era rimasto trafitto dai dardi infuocati scoccati dagli arcieri inglesi, che erano piovuti sull’esercito di cui egli stesso era al comando. A lui erano seguiti un centinaio di grandi signori, l’ammiraglio Dampierre, il mastro dei balestrieri, il mastro della casa reale e il prevosto dei marescialli. Aveva lasciato lui, per ultimo. E ora sarebbe venuto a prenderselo.

20 Sulla finestra della camera si addensava il buio violaceo del crepuscolo. Due cerchi lucenti come lumi di candele fluttuavano nel rettangolo vitreo, e ne attraversavano la superficie: teneva gli occhi iniettati di sangue fissi sulle strade di una Parigi svuotata. Quel giorno, le campane di Notre-Dame non avevano suonato. Non si erano udite neanche le urla provenienti dal mercato che sorgeva sul sagrato della cattedrale, o quelle dei pescatori, dal porto di Place de Greve, o quelle dei prigionieri torturati, dalla Bastiglia. Ora, le ombre delle guglie d’ardesia e delle torri dei palazzi si allungavano sui vicoli della città. Decise che era troppo tardi e che si sentiva troppo vuoto per rimuginare su quella questione. Aveva quarantasette anni. Era vecchio e malato. Ordinò al medico di portarlo a letto. La sua stanchezza era tanta che, appena dopo aver poggiato la testa disseminata di chiazze grigie e ispide sul cuscino, subito s’addormentò. Quella sera, fece un sogno. La cosa è me, e io sono la cosa. Guardo con l’unico occhio sano il suo riflesso, sulla superficie del lago denso di ombre. Un biancore lattiginoso si incunea tra le increspature dell’acqua; ma stanotte la luna non c’è. Emana dal centro del mio – del suo? – corpo. Attraversa le sagome scure degli alberi, che costeggiano i contorni del lago e si infittiscono lungo tutta la distesa circostante. Sono nella foresta in cui la nostra anima divenne una sola. Torno a guardare la superficie del lago. Non siamo più soli. Nel riflesso galleggiano dei volti. Saranno una decina d’anime, o poco più. Li osservo, e il mio pensiero ha la sua voce. Stanno seduti a una tavola rettangolare, e si preparano a desinare. Ci sono tutti. C’è Olivier de Clisson, con indosso la veste da connestabile e con i capelli più brizzolati del solito; ci sono i miei zii, i cui corpi sembrano formare una massa informe e mostruosa a quattro teste; c’è mio figlio, giovane e bello, che porta la tunica blu e oro; c’è Odetta, che porta sul grembo una pargoletta che non riconosco; ci sono, ai due capi della tavola, Isabella e mio fratello Luigi.

21 Mi guardano. Ma non guardano il viso riflesso che non mi appartiene. No: guardano me. Guardano il mio corpo morto, steso sul tavolo, su un vassoio d’argento, come una carcassa d’animale. Hanno la bava alla bocca alla vista di quel corpo, che pare più un mucchio d’ossa. Non attendono neppure di ringraziare il Signore; subito Olivier de Clisson dà inizio al banchetto. Conficca la spada nel mio cranio, e comincia a succhiarne fuori il cervello. Quando ha finito, Odetta e la sua bambina si cibano dei bulbi dei miei occhi come di olive in salamoia. È la volta del mostro a quattro teste, che strappa le mie braccia dall’incavo delle clavicole e comincia a fagocitarle, e poi quella di mio figlio, che straccia le carni dalle cosce e dalle gambe. Isabella e Luigi saggiano ciò che resta del busto e del capo. Luigi strappa dal mio petto il cuore, e lascia che Isabella vi si avventi insieme a lui, con le fauci spalancate. La scena comincia a esser offuscata: dal centro del mio corpo riflesso, la luce emana più vivida. Ogni volta che i convitati affondano i denti nella salma, mi crepo. Allora la luce si fa più intensa, spandendosi abbagliante sulla superficie del lago. Voglio porre fine al loro banchetto, ho paura che mi rompano in mille pezzi. La mia mano mozza e indistinta cerca di disperdere la luce e, infine, sferza l’acqua gelida del lago. Poi, d’un tratto, affondo nella densità delle ombre. La superficie, ora, è opaca. Dal fondale s’innalza una mano di luce. Che, calda, mi stringe. Si svegliò che aveva il crocifisso stretto tra le mani. Era notte fonda, e il medico aveva lasciato il suo banco da speziale. Con la forza ritrovata delle braccia, si mise a sedere sul letto. Si guardò intorno, circospetto, poi scese dal letto e, arrancando, andò dietro al tavolo. Lì era stata messa la cassapanca con i suoi acciai taglienti, affinché fosse sorvegliata dal medico. Ne estrasse un’accetta, con cui cominciò a colpire, con tutta la forza che aveva in corpo, i ganci che chiudevano il bustino metallico. Con un colpo netto riuscì a romperne la chiusura. Quando si sfilò lo scheletro, cadde tramortito.

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