Premio Fondazione Il Campiello

Dal 2010 la Fondazione Il Campiello durante la Cerimonia di Premiazione assegna il riconoscimento “Premio Fondazione Il Campiello” ad una insigne personalità della cultura italiana contemporanea.
Autori premiati:

Nel 2019 Isabella Bossi Fedrigotti
motivazione:
“Nelle storie che scrivo, tutto è inventato dal vero”: in tale dichiarazione, rilasciata tempo fa nel corso di un’intervista, può compendiarsi la poetica di questa scrittrice, cui la Fondazione Il Campiello intende rendere omaggio assegnandole il premio “alla carriera” 2019, ricordando soprattutto, fra le sue numerose opere, sia il romanzo di memorie familiari Casa di Guerra del 1983 (Premio Selezione Campiello), sia soprattutto il Di buona famiglia, Premio Campiello del 1991, ancor oggi autentico libro di culto per schiere di lettori. E’ ben noto come la storia, sia quella maiuscola sia quella più minuta, e perfino l’esperienza personale e la sue domestiche sfaccettature, siano naturalmente ambigue e a doppio taglio a seconda dei punti di vista e delle sedimentazioni del tempo: attraverso l’esercizio di un autocontrollo e di un riserbo derivanti da quell’educazione che un tempo si ereditava, e che prevedeva che il rispetto reciproco e la condivisione di valori non venissero mai messi in discussione, la scrittura di Isabella Bossi Fedrigotti funge da guida sicura per la scoperta di verità spesso sorprendenti, a volte amare.
Tratteggiando con lieve ironia e severa consapevolezza le vicende di un prossimo passato, ma anche di un presente che non cessa di proporre le sue sfide, la sua narrativa esplora la banda di oscillazione compresa fra ipocrisia e rispetto, fra rassegnazione e rivolta, in una dimensione di colta, inedita eleganza.


Nel 2018 Marta Morazzoni
motivazione:
Non è pervenuta faticosamente alla notorietà, come invece destino di molti, Marta Morazzoni: già la sua prima raccolta di racconti (La ragazza col turbante, 1986) ebbe un clamoroso successo di critica e di pubblico. La stessa sorte sperimentarono quasi tutti gli altri suoi libri, tra cui vanno ricordati almeno L’invenzione della verità (1988, premio Selezione Campiello), Casa materna (1992, premio Selezione Campiello), Il caso Courrier (1997, premio Campiello) e il recente Il fuoco di Jeanne (2014). Fin dall’inizio si è manifestata sorprendente una cifra peculiare di questa scrittrice, e cioè un’analisi psicologica dei personaggi drappeggiata attorno a vicende apparentemente secondarie, anche in illustri contesti storici, e destinate tuttavia a manifestarsi irrimediabili.
Come l’indecifrabile groviglio di nodi nel rovescio di un tappeto, quello che talvolta appare se per avventura qualcuno lo smuova, così il dipanarsi dei fatti quotidiani può scoprire l’inaspettata faccia di un’arcana simbologia. Sarebbe tuttavia limitativo attribuire alla narrativa della scrittrice il solo pregio di saper diagnosticare le insidie dell’apparenza, arte in cui invero eccelle, perché ad essa si accompagna una singolare spietatezza: quella di una tensione morale che non è disposta a fare sconti a nessuno dei personaggi, comuni o illustri, che popolano le sue pagine.

La sottile perfidia della narrativa controcorrente di Marta Morazzoni, contraddistinta dal pregio – che ai più potrebbe sembrare ormai anacronistico – di una sorvegliata ed ellittica sintassi, consiste dunque in una raffinata analisi psicologica che progredisce non già per scavo interiore bensì per accumulo di indizi apparentemente labili: che alla fine costituiscono, nel sistematico convergere delle vicende, la più inesorabile delle condanne



Nel 2017 Rosetta Loy
motivazione:

Dopo gli incoraggianti esordi che le erano valsi il premio Viareggio Opera Prima (La bicicletta – 1974), Rosetta Loy ha raggiunto il successo presso il grande pubblico con Le strade di polvere (1987 – premi Campiello e Viareggio): romanzo che traccia il diagramma storico di una piccola dinastia contadina piemontese dalla fine dell’età napoleonica fino agli albori dell’unificazione d’Italia, nell’epico susseguirsi di vicende che coinvolgono le varie generazioni di una famiglia di gente comune. La dimensione corale non viene contraddetta, semmai focalizzata, nelle opere successive, tra cui quelle che affrontano il dramma delle persecuzioni razziali durante la seconda guerra mondiale; in una prospettiva a volte tenacemente documentaria (La parola ebreo – 1997), a volte velatamente autobiografica, con grande suggestione simbolica (Cioccolata da Hanselmann – 1997). L’ispirazione memoriale tende ulteriormente a infoltirsi nelle prove successive, tra cui vanno citati almeno Nero è l’albero dei ricordi, azzurra l’aria (2004 – premio Bagutta) e il recentissimo Forse, ove l’autobiografismo non collide con la forza caparbia dei fatti né tende ad edulcorarli o a stemperarli nel ricordo, bensì a proiettarli nel più ampio orizzonte della vicenda umana.



Nel 2016 Ferdinando Camon
motivazione:
In bilico tra istanze saggistiche di taglio antropologico e appassionata affabulazione memoriale, la copiosa narrativa di Camon è stata contraddistinta, fin dagli esordi ormai iconici dei romanzi del “ciclo degli ultimi” degli anni Settanta, da un inedito timbro di beffarda diagnosi dei cambiamenti sociali, coniugato però con un’ appassionata reverenza per l’epopea della tradizione contadina.
L’attenzione che egli ha dedicato al tramonto di una ben precisa civiltà periferica, il “quinto Stato” del sottoproletariato delle campagne venete, contiene non solo la denuncia di un’emarginazione millenaria che ha pesato come dannazione biblica su un’intera comunità priva di voce e di rappresentanza, ma anche il disperato inventario, compiuto schivando ogni populismo di maniera, di una tradizione e di una cultura “paleocristiane” destinate a scomparire per sempre.
Altre, poi, sono state le tematiche affrontate da Camon nella sua lunga carriera di scrittore e di saggista, come il terrorismo degli ormai lontani anni di piombo, oppure le difficoltà nel rapporto di coppia e il vacillare dell’identità e dei valori dell’io, con il ricorso al salvagente e allo scandaglio offerto da una nuova religione, quella della psicanalisi; il tutto sempre attraverso quello stile secco, abrupto, scevro di lenocini formali che gli è peculiare.
Interprete affilato e pungente di un’intera società e delle sue contraddizioni, Camon incarna il paradigma di una vigile coscienza civile, mai rassegnata e schiva di ogni retorica.



Nel 2015 Sebastiano Vassalli
motivazione:
Di nessun altro scrittore della sua generazione si può dire che abbia,quanto Sebastiano Vassalli, saggiato in lungo e in largo (in una estrema varietà di temi e contesti) le vicende remote e recenti dell’uomo e perfino gli orizzonti di un suo eventuale futuro. Tutto questo senza però uniformarsi ai canoni del cosiddetto “romanzo storico” né sollevarsi alla presunzione del romanzo “filosofico”. Vassalli non ha mai creduto alla Storia con la S maiuscola, quella che i più interpretano come un fatale e progressivo incivilimento; piuttosto sceglie di raccontare le storie, molte storie, incentrate di preferenza su personaggi dalle fisionomie costruite con sicura energia inventiva. Sono personaggi che spesso parrebbero irrilevanti ma la cui vita - quale che ne sia l’epoca: dall’antica Roma al Sei e al Settecento e ai nostri tempi - fornisce illuminanti lezioni sul carattere della natura umana.
Si organizzi nel taglio polemico del pamphlet o si distenda invece nel respiro della ricognizione a tutto campo, la narrativa di Vassalli, quasi disdegnando la complicità di chi legge, spicca per uno stile eticamente ammonitorio, sempre invidiabilmente diretto e concreto.


Nel 2014: Claudio Magris
motivazione:
Raffinato germanista e conoscitore impareggiabile della cultura mitteleuropea, Claudio Magris rappresenta una voce molto riconoscibile nel quadro della narrativa italiana. Al di fuori di ogni moda, i suoi romanzi e racconti coniugano la capacità di interrogarsi in modo originale sulle questioni ineludibili dell’esperienza umana con una scrittura caratterizzata da un’eleganza intesa non come ornamento ma come strumento conoscitivo. Nella sua narrativa non di rado vengono esplorati i confini – più incerti di quanto non appaia al senso comune – tra vero e falso, tra normalità e follia. Magris ha spesso mostrato una felice propensione alla commistione e all’intreccio dei generi testuali; ne è prova evidente il suo libro più celebre (certamente un classico della letteratura novecentesca), Danubio (1986), in cui partendo da un diario di viaggio, o «giornale di bordo», come lo definisce l’autore, si approda ad una personalissima realizzazione di romanzo-saggio.








Nel 2013: Alberto Arbasino
motivazione:
«Giornalista e intellettuale poliedrico, scrittore vivacemente disincantato e dotato di un’ironia graffiante, Arbasino è sempre stato un protagonista elegante, lucido e aggiornatissimo delle nostre lettere. A lui si debbono memorabili romanzi e saggi in cui, con la creatività stilistica che lo contraddistingue, ha messo a nudo le contraddizioni di una società in cui tutti, a volte a malincuore ma a volte anche con un pizzico di sulfureo orgoglio, siamo costretti a rispecchiarci. Siamo molto onorati che abbia accettato il nostro Premio»










Nel 2012: Dacia Maraini

motivazione:

Di libro in libro la fantasia costruttiva di Dacia Maraini ha saputo imporsi come uno tra i più sicuri punti di riferimento della narrativa contemporanea, integrata da un fecondo esercizio in campo teatrale, da raccolte di poesia, da prose di polemica e di viaggio. La materia autobiografica, personale e familiare, le è stata prodigo serbatoio, suggerendole temi spesso drammatici e sfondi e intrecci non tutti necessariamente legati al presente. Della sua ricca bibliografia molti sono i titoli fortunati e indimenticabili: da Memorie di una ladra (1972) a Isolina (1985), a La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990) e a Bagheria (1993); da Buio (1999) a Colomba (2004) e a Il treno per l’ultima notte (2008). E anche il recentissimo La grande festa, coi suoi paragrafi in fecondo equilibrio tra meditazione e racconto evocativo, è una tappa non secondaria sul cammino di una autrice che s’impegna a chiarire il suo argomento in profondità senza indulgere a compiacimenti formali.


Nel 2011: Andrea Camilleri
motivazione:
Andrea Camilleri è lo scrittore più amato dai lettori. Le sue opere sono tradotte in tutto il mondo. Il vigatèse, la lingua d’invenzione parlata nella cittadina immaginaria dei romanzi di Camilleri, è diventato scrittura che si aggiunge alle grandi sperimentazioni letterarie non solo italiane. Camilleri ha reinventato il romanzo storico e di genere, insieme al racconto fantastico; e, con umoristica vivacità, e pirandelliano senso del contrario, ha recuperato nell’intrattenimento letterario l’indagine storica, politica e civile. Camilleri esce dalla memorabile officina letteraria impiantata a Palermo da Leonardo Sciascia e da Elvira Sellerio. E a quell’officina ha enormemente contribuito lui stesso.


Nel 2010: Carlo Fruttero
motivazione:


Romanziere, saggista e traduttore, Carlo Fruttero, a partire soprattutto dal 1972, l’anno della “Donna della domenica”, ha fatto coppia assieme all’amico fraterno Franco Lucentini, misurandosi con straordinario successo nel “giallo” e nel giornalismo.Ma ha scritto di suo tre romanzi, “Visibilità zero”, “Donne informate sui fatti”, “Ti trovo un po’ pallida” e, da ultimo, un insolito libro di memorie, “Le mutandine di chiffon”.
Scrittore di raffinata cultura, sensibile agli stimoli della modernità, non ha esitato tra l’altro a cimentarsi per tempo con la fantascienza e i fumetti. La scrittura di Fruttero ha il pregio di conciliare divertita leggerezza e severa esattezza, di mettere a nudo con pensosa ironia i luoghi comuni e i falsi miti del nostro tempo. Per questa sua vitale presenza nel panorama letterario italiano, la Fondazione Il Campiello si onora di conferirgli un riconoscimento speciale.






Hanno detto:
“Importante novità di quest’anno è l’assegnazione del ‘Premio Fondazione Il Campiello’, riconoscimento che viene attribuito ad una insigne personalità della cultura letteraria italiana contemporanea” – spiega il Presidente della Fondazione Il Campiello Andrea Tomat. “Quest’anno sarà consegnato a Carlo Fruttero, tra i più importanti romanzieri, saggisti e traduttori della nostra narrativa contemporanea. Il nostro è un omaggio ad uno scrittore che grazie alla freschezza, all’eleganza della scrittura e alla raffinata ironia delle sue opere, è oggi un riferimento e un’icona in ambito culturale per il nostro Paese. Siamo veramente onorati e orgogliosi che Fruttero abbia accolto con piacere questo riconoscimento”.

Il premio che viene attribuito al vincitore è la riproduzione in vetro del pozzo veneziano ancora presente in molti campielli: la vera da pozzo. (il vincitore assoluto del Premio Campiello Letteratura riceve la riproduzione della vera da pozzo in argento).